Questioni di prospettiva (articolo scritto per il blog “La nostra commedia”)

Credo che la redazione di “La nostra commedia” abbia avuto un certo coraggio a proporre un tema di questo genere, sia per la complessità tecnica che per le ricadute di altro tipo sulle quali mi soffermerò alla fine di questo articolo. In particolare il discorso si fa più sottile quando chi desidera scrivere sull’argomento non è un fotografo, ma un semplice iPhoner, come Kalosf. Il punto di partenza del discorso si trova nella chiarificazione della parola stessa “prospettiva”. Il suo significato etimologico è “guardare avanti”, ma potremmo anche tradurre con “guardare per (qualcuno)”.

I due significati andrebbero analizzati singolarmente e già solo questo dato potrebbe rivelarci il senso rivoluzionario del termine. In ogni caso esso sottolinea la centralità dello sguardo di chi osserva sulla scorta di quell’antropocentrismo rinascimentale che codificò le leggi geometriche che reggono la prospettiva.
 
 
Subito però dobbiamo precisare: la prospettiva, così come codificata, non esiste realmente. In modo molto semplificato potremmo dire che dalla scelta di un punto ideale nello spazio, vengono fatte partire le linee geometriche necessarie per dare la sensazione di profondità in una superficie piatta. Nell’opera pittorica è, come si intuisce, possibile “creare” l’illusione di una prospettiva perfetta (Pier della Francesca insegna) ma tale illusione è solo una proiezione razionale dell’uomo, un’invenzione che si collega a quell’idea di perfezione della quale ho avuto modo di scrivere sul mio spazio qualche tempo fa. Ciò non vale, invece, nell’ambito della fotografia sia per lo strumento utilizzato che per quella imperfezione propria della realtà, che la fotografia ritrae ed a volte accentua.
 
 
È chiaro che sulla fotografia si può intervenire anche in modo molto pesante. Come è possibile vedere su Le briciole di Kalosf, fotografie molto imperfette opportunamente ruotate e tagliate si raddrizzano offrendo uno sguardo infine geometrico ed ordinato. Nel caso poi di chi come Kalosf lavora solo con iPhone va rilevata la particolare complessità dello scatto, sia in quanto ad inclinazione (le mani non sono mai perfettamente diritte dinanzi al soggetto), sia in quanto alla particolare natura dello strumento utilizzato molto meno “stabile” di una macchina fotografica anche digitale.
 
(in queste foto si nota una sistemazione. La parte a sinistra di chi osserva è infatti “pendente” verso il centro. L’effetto viene completamente tolto nella foto qui sotto)
 
 
Al fine di migliorare l’effetto, alcune app per iPhone offrono delle griglie che possono aiutare nell’impostazione geometrica lungo lo scatto. Ritengo non siano utili. È l’occhio che va esercitato, la posizione delle mani o del corpo che vanno sperimentati attraverso molti scatti e molte foto eliminate. È chiaro: fotografare un orizzonte è più semplice che fotografare una via o una fuga di colonne (da un punto di vista prospettico). L’orizzonte richiede infatti un’attenzione alla linea orizzontale e la scelta di un punto di fuga adeguato (non mi soffermerò qui sulla luce).
 
 
In una strada invece, come dinanzi ad una fuga di colonne va tenuto presente il vuoto ed il pieno, le ombreggiature e le inevitabili storture che in un contesto “geometrico” divengono evidenti (ad esempio i campanili e le torri pendenti si sprecano in fotografia).
 
 
 
Rimane dunque necessario prendere confidenza con lo spazio attraverso svariati scatti, fin quando lo sguardo non individua il taglio prospettico migliore (o quello ritenuto tale). Il verticalismo spesso presente in Kalosf, in questo senso, è una forma particolare di prospettiva, radicalizzata verso l’alto.
 
 
 
A questo punto, tornando al suo significato etimologico, una piccola nota sulle ricadute della prospettiva, ma ad un altro livello.
Se “prospettiva” significa guardare avanti, mi sembra di poter dire che:
1) nonostante la chiarezza sull’orizzonte e l’opportuna scelta del punto di fuga, non è detto che questo raddrizzi la realtà nella quale vivo, come vorrei;
2) la flessibilità deve stare in me e nel mio baricentro piuttosto che nella realtà che mi circonda;
3) provare è l’unico modo per imparare, questo non giustifica l’errore ma ne rivela le opportunità.
 
A partire poi dal secondo significato di prospettiva ossia “guardare per”, chi fotografa dovrebbe ricordare che il suo è, in fondo, un servizio, ossia un guardare la realtà per gli altri. E pur mantenendo il proprio stile, originalità e libertà di scelta tematica, questa è infine la prospettiva che conta…
 
Kalosf