Un anno di noi. Perchè Kalosf? Ciò che l’autore di Kalosf pensa di Kalosf

Kalosf nasce in un momento particolare della vita del suo autore, quando stanco da un social fotografico tra quelli più usati, decise di continuare a pubblicare le sue fotografie e creazioni in uno spazio diverso, che fosse meno esposto e contemporaneamente più intimo.

Fu così che nacque Kalosf, in un giorno della fine di febbraio.

Ma Kalosf doveva essere qualcosa di altro e di più. Le parole avrebbero dovuto essere più sensate, espressione sempre più vera di un cuore che desiderava (e desidera) essere altrettanto vero.

Kalosf si presenta come “un tentativo di vedere il mondo attraverso la luce”. La sua caratteristica è questa. Egli è un folle, un innamorato della luce. E’ un uomo di tenebra che proprio per questo è attratto dalla luce. E’ come un inferno che si solleva nella sua disperazione per vedere anche solo per un attimo il raggiare della luce. Ed è per questo che ossessivamente la cerca, la scopre, la indaga. Credo che tra i titoli di Kalosf, la parola più usata sia proprio luce. Anche laddove essa non compare, il taglio delle foto, il modo con il quale vengono elaborate, non è nient’altro che la manifestazione di questa ossessione, perfino in quell’atroce verticalismo che rivela un animo che è tormentato dal cielo e dalla sua distanza dalla terra.

Kalosf nasce per dare voce a questa distanza. Non è un fotografo. Non ha tecnica, non ha nemmeno una macchina fotografica. Solo il suo iphone. Se dovessi definirlo, direi che Kalosf è un appassionato che cerca vie per esprimersi. E’ un condannato a morte che cerca di offrire quel che porta nel cuore. Kalosf è uno squarcio, una fessura profondissima nel terreno arido, dalla quale è possibile vedere quello che sarà o potrebbe essere….

 

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Un anno di noi. Il compleblog di Kalosf. Si inizia.

Il tempo si dice essere un signore. Aggiusta, sistema, trasforma. A volte persino cura. Nella maggior parte dei casi passa. Passa rapidamente o lievemente. Ma sempre in modo inesorabile. A noi è dato di celebrare i compleanni anno dopo anno, non cogliendone la carica di morte che in essi viene celebrata. In fondo, il compleanno è solo un “completamento di un anno”, ossia un ulteriore anno andato via ed un passo in più verso la fine.

Come molti, non ho compreso subito questo dato. Mi si è reso più visibile con l’età, quando cominciai a pensare che celebrare il compleanno è un’idiozia. Se non (ed ecco il punto), in un senso completamente diverso.

Man mano che gli anni colorano di grigio le mie tempie, ho compreso che infine un anno è fatto di volti, di persone: tutti coloro che per ragioni di lavoro, amicizia, relazione mi circondano. Un anno è fatto di storie che si intrecciano, di incontri che si svolgono, di affetti che iniziano o che crescono o che a volte, essi stessi, si concludono. Questo è in fondo un anno. Non un insieme di minuti o di ore o di giorni, ma una rete di relazioni, un percorso condiviso, uno sguardo che si allarga a tutti coloro che desiderano farne parte e che desideriamo ne facciano parte.

E’ per questo che a circa un’anno dalla creazione di Kalosf, ho deciso di celebrare il suo compleanno, ma intendendolo come qualcosa di completamente differente. Vedendolo come la festa di tutti coloro che vengono chiamati “followers”, ma che in molti casi sono diventati virtualmente “amici”.

E’ questo ciò che Kalosf desidera celebrare. Non i suoi numeri, non la mole dei suoi accessi, ecc… ma i volti, le persone, coloro che fanno di questo spazio ciò che è diventato.

E’ per questo che vi ho chiesto di partecipare con “Proposta indecente”. Ed ho avuto la risposta che mi attendevo oltre che delle sorprese graditissime. Nei prossimi giorni troverete perciò le preziose collaborazioni che avete voluto avviare con Kalosf in occasione del “compleblog”. Il titolo che accompagnerà questi “momenti” sarà “Un anno di noi”. Troverete anche qualche curiosità (tutto il mese prossimo sarà in tema), perciò buon compleblog a tutti voi! E davvero di tutto cuore grazie di esserci….

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Ad un amico

… Il silenzio che ti ha accolto, il mio pensiero che ti segue, l’amore tra noi, come un legame, come un` impossibile sapere che ci siamo mentre le nostre vite scorrono parallele e tu ed io siamo avvolti nella pace di un’amicizia che ci da di ridere e correre insieme senza stancarci… E adesso che la tua vita si trasforma io ci sono ancora, perché è bello guardarti fiorire, perché il tuo cuore conosce la pioggia ed il gelo… E mentre giunge la primavera sono i primi suoni del cielo a tintinnare, come una campana il cui suono si sparge lontano nella campagna. E non importa se non ci saranno principi e cavalli, ma solo il volto e la storia della realtà umana. Non importa nemmeno se all’orizzonte potrai intravedere tempeste. Il futuro non ci appartiene e nemmeno l’amore. Siamo noi che apparteniamo all’amore. Ogni ora del giorno della nostra vita, breve o lunga che sia. E nonostante tu sia una mongolfiera ancorata al suolo, il cielo ti appartiene perché tu sei cielo che risplende alle luci dell’alba. Ti voglio bene amico mio. Ed aspetto un suono di campanello ed uno sguardo che mi dica: sono felice. Non perché meritiamo la gioia, ma perché quando la gioia ci viene incontro possiamo accoglierla, dobbiamo accoglierla e farle posto. Come io e te un anno fa accogliendoci abbiamo fatto posto alla pace. Io ci sono. Non mi stanco di esserci perché il mio mondo sarebbe più spento senza di te. Grazie. Semplicemente grazie… E che tu sia felice

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D’azzurro e di nuvole (lettera ad un amico)

A volte… A volte si sente il peso della vita, come fosse una storia tra affetti e silenzi, come un fuoco che si vorrebbe spegnere e non si riesce a domare. E ci si trova dinanzi a scelte che incidono come un coltello sul cuore, scelte che nessuno sa realmente dove possano condurre: se al fiorire dei rami o ad inverni prematuri. E ciascuno ti offre una risposta, un suggerimento. Ma tu sai che nessuno può comprendere quella mancanza e che d’altronde non puoi camminare in altro modo mentre i  “perché” rimangono celati, come mischiati alla notte di cui si tingono. E speri che domani sia migliore ma il domani è ancora come il giorno precedente ed è lento il subire gli attacchi della storia, mentre i morsi della fame e della sete attanagliano il cuore che non vuole o non può capire.

Camminiamo, amico mio, verso un mondo nuovo, ma nessuno ci ha promesso che il percorso non fosse desertico. Camminiamo verso Gerusalemme, ma nessuno ci ha detto che in molti momenti non sentiremo il bisogno di tornare indietro, mentre sappiamo che solo nell’avanzare, stracciati e laceri forse, è il nostro futuro. A volte sarà il gelo a venirci incontro e spereremo nel caldo dell’estate, ma quando il sole brillerà nel deserto, sentiremo il bisogno del freddo. E l’orizzonte non sarà forse chiaro come ci saremmo attesi e Gerusalemme non sarà forse così bella come avremmo voluto. Ma a Gerusalemme, solo a Gerusalemme è il Tempio e scostato il velo di bisso, finalmente il cuore sarà pacificato e le mani potranno sollevarsi, forse piagate, a bruciare incenso profumato.

Non ci sarà nulla che ci verrà risparmiato. Non ci sarà un sorriso, un solo sorriso, che verrà perso, nè una lacrima che non sarà raccolta e che non fiorirà a suo tempo. Ma alla fine ci saremo noi. Ci saremo ancora noi. A riconoscerci come ci siamo riconosciuti, a guardare il cuore come lo abbiamo sempre guardato. Ci saremo noi e non saremo soli. Perché in tutto questo cammino avremo portato con noi tutta la nostra vita, tutti coloro che abbiamo incrociato, accompagnato, amato. Ed anche per coloro che ci hanno ferito, ci sarà uno spazio. Perché forse scopriremo che da quelle ferite, dalla loro profondità, sono nati i fiori più inattesi, quelli che anche senza profumo conservano i colori che ci dicono della bellezza.

Perché vedi, ogni cosa si ricompone. Anche se tutto appare frammentato e ci sentiamo pezzi sparsi di una vita, in realtà ogni cosa verrà ricomposta a suo tempo e la trama che tiene uniti i fili che fanno della nostra storia un arazzo prezioso, sarà finalmente manifesta.

E credo che sarà come il cielo… sai, come quando si specchia sull’acqua… e ciò che appariva fango, diventerà, d’un tratto, d’azzurro e di nuvole.

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“Ti amo” o “ti voglio bene”

Ultimamente mi è capitato di confrontarmi con il senso della parola “amore”. Cosa vuol dire affermare “ti amo”? Che differenza tra “voler bene” ed “amare”? Credo sia una questione di declinazione di tempi, poiché il voler bene è contenuto dall’amare

Amore significa letteralmente “senza morte” (a-mors). Amare è fondamentalmente un futuro. Quando dico “ti amo” è come dire “andremo insieme oltre la morte”. Voler bene è invece un presente. Continuo. Io voglio il tuo bene. Puntualmente. In ogni punto della vita. Non oltre la morte, ma nell’adesso che ci è dato.

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Nel “voler bene” non rinnego il futuro ma vivo il presente. Solo il presente, perché il futuro non ci è dato, non è in alcun modo un nostro possesso.

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Se io riuscissi a volerti bene adesso, quell’adesso sarebbe già infinito. A volte, dico a volte, dire “ti amo” è un atto di superbia. Necessario e comprensibile. Voler bene, teneramente, nell’adesso è forse meno eroico, ma anche meno presupponente. E forse più realistico.

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Io non so domani cosa sarà di noi. Non so se continueremo a tenerci la mano in ed oltre la morte. Ma quello che so è che ti voglio adesso, voglio essere il tuo bene adesso, in questo preciso momento. Voglio il tuo bene in questo preciso istante. E mano a mano che gli istanti si sommano e diventano il lento fluire del tempo, quel volere bene diventa amore.

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Perché l’amore non lo si guarda dal basso, quando sulla spinta di molte emozioni (pur necessarie) si fanno promesse immantenibili, ma lo si riconosce dall’alto della montagna. Quando dopo aver salito tutta l’erta e con le rughe sul volto, i piedi lacerati e le mani stanche, ci si trova ancora li, a guardarsi negli occhi.

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E forse in quel momento, non ci sarà nemmeno bisogno di dirsi “ti amo”. Forse basterà guardare il cammino compiuto con le sue salite e discese, arsure e freschezze, desideri espressi o non detti… E sarà il cammino che allora e solo allora potrà chiamarsi esso stesso “amore”.

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Dopo le immagini di un uomo sgozzato, quale immagine?

La fotografia, molto più che le parole, ha la forza della visione. Essa esplicita direttamente la violenza e le possibilità insite nella realtà. In questi giorni i video e le fotografie del giornalista sgozzato (questo è il termine corretto) stanno mostrando al mondo la violenza propria dello sguardo religioso piegato all’ideologia politica e contestualmente la potenza dell’immagine e della sua costruzione. Dopo aver visto quelle immagini mi sono chiesto che senso avesse la mia fotografia. Mi sono chiesto cosa potesse significare fotografare un oggetto, un fiore, un particolare, un volto. Dopo aver visto il video e le fotografie di un uomo sgozzato in diretta mi sono chiesto cosa si può mostrare ancora? Che senso ha mostrare immagini di fiori e cieli quando dal mondo anche vicino a noi continuano ad arrivare icone di violenze che non sono compiute da mostri ma da essere umani come me… Se l’uomo non è più ad immagine, che senso ha l’immagine? Perché sia ben chiaro, nell’islamico che sgozzava il reporter c’era l’ebreo che uccideva il palestinese ed il palestinese che si nasconde nelle scuole perché Israele le possa colpire. Ma c’era anche l’americano che dichiara guerra all’Iraq per il petrolio e sovverte il peggiore dei regimi che era però ancora migliore di quello che vediamo. In quella mano c’era l’islamico come il cristiano. C’era ognuno di noi perché ognuno di noi è in potenza un assassino ed un mostro. Dunque perché fotografare ancora. Perché non tacere?

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Forse perché in un particolare, in un azzurro è seminata una speranza?
Forse perché fin quando ci sarà un’immagine qualcuno ricorderà d’essere ad immagine?

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Il mio cuore è attraversato dall’odio e dalla rabbia per quello che ha visto, per la gratuita della violenza. Il mio cuore è però attraversato parimenti dalla speranza.
Questo il senso del mio non tacere.
Non ancora almeno. Perché io sono ad immagine. Per dono.

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Della stoltezza

Parlando con un amico di una sua esperienza fotografica, non ho potuto fare a meno di sorridere interiormente. Non tanto per le cose che mi andava narrando, ma perché pensavo allo stuolo di “fotografi” che animano facebook, blog, ecc… Fotografi che lo sono per studi e formazione ed altri che lo sono per caso o per hobby. Fotografi la cui massima aspirazione è acquistare l’ultima potentissima macchina digitale e quelli che scorazzano l’immagine con il loro smartphone. Questi e quelli impegnati a discutere di tecniche e di cosa sia “fotografia” e di cosa non lo “sia” e se sia lecito usare le app o meno. E sorridevo perché il problema non è “ciò che io sono”, ma quel che “mi sento di essere”. Molti dei fotografi per hobby si sentono davvero “firme” prendendosi fin troppo sul serio. E’ così che un fiore trattato con un app diventa ai loro occhi un’opera d’arte meravigliosa o uno scatto piuttosto mediocre diviene come la mediazione stessa dell’essenza delle cose. D’altra parte ci sono i fotografi professionisti, quelli puristi per i quali la tecnica è l’unica cosa, per i quali non può esistere altro che la loro macchina, un certo taglio ed una certa modalità di azione. I primi apparentemente infervorati, gli altri altrettanto apparentemente cristallizzati.

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Già… il nostro tempo è un tempo di fotografi. Ed è così che diviene artistico il nudo che è mero esibizionismo (a volte compiaciuto, per altro, laddove c’è poco da compiacersi), il banale elevato a sentimentale e lo sciocco promosso a simbolico. Un tempo di immagini, appunto, dove ciascuno è contemporaneamente fotografo della realtà e di se stesso. Chi sta avendo la pazienza di leggermi si chiederà dove desideri arrivare, soprattutto a partire dal fatto che anch’io appartengo a questo stuolo di “fotografi” (e nel mio caso tra i peggiori: per hobby, con lo smartphone e per di più con un pensiero “filosofico” che mi fa voler sostanziare le mie scelte “fotografiche” come il più consumato dei teorici della fotografia). E’ presto detto.

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Credo che in questo mondo ciascuno abbia il suo spazio. Uno spazio molto ampio. E come la parola  “amore” può significare molte cose diversissime tra loro (perfino opposte), così anche la fotografia. Ho una sensazione però: se nello scattare c’è davvero un’intuizione, una capacità interiore, una lettura del mondo, quella persona, chiunque essa sia, anche se non dotata di tecnica e magari di macchina, riuscirà a trasferire un’emozione, una parola interiore, un movimento dell’anima agli altri. E verrà in qualche modo riconosciuto, quand’anche la persona non si riconoscerà mai da se stessa come “fotografo”. Perché lo sguardo risiede nell’anima, prima ancora che in qualsiasi filtro, app o numero di pixel. Se poi allo “sguardo” si legasse la tecnica e la tecnica risultasse sempre più trasparente rispetto al fine della fotografia, allora lì probabilmente saremmo dinanzi un fotografo universalmente riconosciuto come tale. Tornando però a quanto detto: la questione a volte non si trova nel ciò che si è, ma nel ciò che “ci si sente”.

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Scherzando con una follower/amica, le scrivevo che “Kalosf è convinto di essere uno scrittore della luce, ma io, che lo conosco bene, so quale mestiere fa realmente nel suo quotidiano”. Allora lasciamo a kalosf di sentirsi un fotografo (se proprio vuole). Ma che Sandro, per carità, sappia sempre di essere ciò che è.

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Ti aspetterò

Ti aspetterò alla finestra, perchè lo so, sarà un giorno come gli altri quando arriverai. Sarà come la prima volta, quando ti vidi giungere e non rimase nulla. E non rimase niente. Se non il mio fiato sul tuo collo. Ed il mio silenzio sul tuo cuore.

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