Una anno di noi: Primula e Kalosf

Lo ha fatto l’anno scorso in un “Fuori Compleblog” inatteso. Ci riprova quest’anno, con un racconto carico di sentimenti e emozioni come lei sa scrivere. Il suo blog è trasgressivo, poichè attraverso la sua scrittura Primula cerca un senso, un percorso e lo fa attraverso la levità del suo mondo interiore, non tralasciando l’esperienza della letteratura (della quale è un’attenta conoscitrice) e le esperienze reali del quotidiano.

Grazie di esserci Primula, grazie di aver voluto ancora una volta far parte di questo Compleblog. E grazie per la tua “trasgressione” letteraria…

 

Incontro

Immersa nella lettura di documenti per la riunione dell’indomani, nonostante fosse solo tardo pomeriggio era già comodamente seduta sul letto, semi avvolta nel piumone. Si trovava nella solita stanza, piccola e accogliente, dell’hotel ormai a lei familiare. Lo sceglieva ogniqualvolta si recava a Firenze per lavoro.

Vibrò il cellulare. A lungo. Nascosto sotto i fogli sparsi al suo fianco, lo cercò a tentoni senza guardare, concentratissima su grafici e tabelle. L’avvicinò all’orecchio convinta di sentire la voce del suo Edo che, dall’altro capo del mondo, le augurava una buona serata e le dava la buonanotte. Una dolce abitudine anche dopo tanti anni di matrimonio quando le rispettive attività li tenevano separati per alcuni giorni.

“Pronto? Ciao Roberta…”

Ops! Osservò il display. Non riconobbe il numero.

“Pronto? Ciao… ma chi sei, scusa…?” eppure quella erre arrotata e vibrante avrebbe dovuto ricordarle qualcuno.

“Mais, c’est moi… sono io, Xavier! Come stai? Non è che disturbo, vèro?” Non aveva proprio perso l’accento francese nonostante anni e anni trascorsi all’estero.

“Ma… Xavier!!!… Che sorpresa! Quanto tempo! Io tutto ok, e tu?”

“Moi, bène mòlto bène. Ora che ti sẽnto va ancora meglio. Ho avuto il tuo numero da Marta, l’ho incontrata un paio di volte per lavòro. Abbiamo parlato di te, e così mi son detto – pourquoi pas? – perché non salutarla?” Roberta adorava la musicalità di quella voce, l’inflessione inconfondibile, nasali, vocali aperte e erre marcata a ricamare un italiano perfetto. Ora non aveva dubbi: era proprio Xavier, l’avrebbe riconosciuto tra mille.

“Sẽnti chérie, sono in Italia per qualche giòrno, passo a trovarti?” Brillante come sempre, pensò Roberta.

“Cavoli! Mi dispiace! Non sono a casa… Sto a Firenze e ci resto fino a mercoledì. Désolée, davvero!”

“Pas de problème! Sai che sòno a Ròma? Mi fermo a Firenze prima di rientrare in Francia. Possiamo vederci domani sera?… Al solito posto?…”

Roberta ebbe un tuffo al cuore, ma si riprese subito.

“Perfetto! Lo ricordo ancora molto bene, sai?…” Non riusciva a essere disinvolta come lui. La sorpresa le aveva fatto perdere la favella, fatto inusuale per lei. Rispondeva in modo lucido ma laconico.

“Allora a domani!”

“A demain chérie e bonne nuit! Bisous!”

Roberta appoggiò il cellulare al mento. Xavier era come un fantasma che risuscitava dal passato. Si sentiva confusa, lusingata, frastornata, felice. Insomma, era un caos di emozioni.

Si alzò dal letto, aveva bisogno d’aria fresca. Spalancò la finestra e le si presentò uno spettacolo mozzafiato. Non le era mai capitata una serata simile a Firenze, almeno in inverno. L’ora del crepuscolo: ultimi chiarori del giorno che muore, la notte non ancora nata, un cielo dal bagliore lunare solcato da striature biancastre simili a pennellate ad acquarello, le luci dei lampioni sul lungo Arno. Il riflesso tremulo nell’acqua le trasformava in stelle filanti rievocando ballerine di fila nelle riviste di un tempo con costumi cosparsi di lustrini sul palco blu intenso del fiume. Una volta celeste al contrario. E lì, stagliato in mezzo al quadro, il profilo del ponte, il loro ponte, il loro posto. Dopo Parigi, Firenze li aveva spesso accolti nel suo abbraccio.

Roberta si rannicchiò nel bavero della vestaglia. L’aria era frizzante, benefica però, e ne respirò a pieni polmoni. Chiuse la finestra.

Lo faceva spesso nel piccolo monolocale di Xavier: una mansardina in Rue Laplace, strada tranquilla nei pressi del Jardin du Luxembourg e a pochi minuti dal Panthéon. A Xavier piaceva che l’atmosfera del Quartier Latin entrasse nella stanza, e Roberta non poteva chiedere di meglio.

Era arrivata a Parigi per seguire uno stage di perfezionamento in linguistica alla Sorbonne. Da subito aveva amato quell’ambiente; estroversa e socievole, non le era stato difficile inserirsi in gruppi di studenti o professori già affiatati tra loro. La sua comunicativa risultava contagiosa.

Xavier era uno dei tanti compagni di studio. Di qualche anno più grande di lei, aveva già tenuto alcuni corsi a studenti. Arguto e intelligente, era destinato a una sicura carriera in università, Roberta glielo ripeteva in continuazione. Lui si schermiva, ma era visibilmente compiaciuto almeno agli occhi di Roby che iniziava a conoscerlo davvero bene. Trascorrevano parecchio tempo insieme, in biblioteca a studiare o nei cortili della Sorbonne a discutere. Erano in disaccordo su tante cose e proprio durante un animato scambio di opinioni Roberta si trovò improvvisamente le labbra di Xavier stampate sulle sue. Spontaneo, naturale, bello. Da lì alle lenzuola della mansardina il passo fu breve. Seguirono serate stupende, cenette in casa a base di camembert, baguette e Beaujolais, rigorosamente acquistato al supermarket, o qualche volta, borsellino permettendo, in un delizioso piccolo bistrot in Rue Princesse chiacchierando e amoreggiando davanti a un faux-filet e un buon bicchiere di bordeaux.

“Santo cielo Roby, perché ora ti perdi nei ricordi? A che serve? Uff… rivedrai un amico, e che sarà mai!?” Sprimacciò il cuscino, era stanca. “Forza! Dai!… Dormiamoci su… domani è una giornata pesante…” Appoggiò la testa e si addormentò come un sasso.

Rientrata in hotel, verso sera, si concesse una lunga doccia calda e rilassante. I meeting erano stati più impegnativi del previsto. L’incontro con Xavier meritava una Roberta in forma.

Il getto d’acqua scorreva sui capelli, le accarezzava le guance, massaggiava delicatamente il corpo.

Come bruciava la pioggia sul viso quel giorno al Jardin du Luxembourg! Si confondeva con le lacrime che si asciugavano al vento freddo di un umido pomeriggio primaverile, non raro a Parigi. Lei e Xavier si stavano salutando: Roberta sarebbe rientrata in Italia e lui, vincitore di un concorso a cattedra, aveva accettato di trasferirsi negli Stati Uniti. Un’occasione da non perdere. Roberta non poteva di certo seguirlo; anche per lei in Italia esistevano concrete prospettive professionali.

“Mais je t’aime, lo sai bène! Ci scriveremo, ci telefoneremo, appena posso salgo sul primo aereo e corro da te…” Ma lei sapeva che non sarebbe stato così, che tutto si sarebbe pian piano smorzato per poi spegnersi. Colpa di nessuno, semmai conseguenza della vita la cui concreta quotidianità non ha nulla dell’assoluto cui si crede quando ci si innamora a vent’anni o poco più. Xavier la teneva stretta a sé sfiorando con le mani gli abiti bagnati. Non avevano neppure cercato riparo almeno sotto un albero; se ne stavano lì, appiccicati, i baci di lui a coprire occhi, guance, labbra, collo di lei.

Roberta scosse la testa per dare forma alla capigliatura umida. Un modo per scacciare nostalgia e tristezza? Si guardò allo specchio. “Ma va là! Su, datti una mossa! Vestiti, truccati, sfodera il tuo sorriso migliore, la tua solita esuberanza e raggiungerlo!” Era brava a gestire le situazioni.

Uscì dall’albergo. Percorse il lungo Arno che la sera precedente aveva contemplato dalla finestra. I lampioni illuminavano il marciapiede mentre sulla sponda opposta del fiume sembrava che le case stessero già riposando, immerse nell’acqua e in una penombra rassicurante.

Camminava spedita anche se non aveva fretta. Arrivata al ponte, rallentò il passo. Nel via vai di gente, aveva riconosciuto la silhouette di un uomo semi illuminata dalla luce romanticamente fioca di un lampione. Si mosse verso di lei e le si avvicinò: era Xavier. Nessuna formalità: un immediato, rapido e intenso abbraccio sussurrando reciprocamente un semplice “ciao” all’orecchio. Rimasero così per minuti, travolti dall’emozione, senza dirsi altro. Le parole non servivano. Erano sul loro ponte che abbracciava l’Arno mentre le loro braccia univano lo spazio e il tempo che li avevano separati. Quel ponte diventava, ancor più che nel passato, il ‘loro posto’: metafora di un’unione nella simbiosi tra ponte reale e sentimentale.

L’aria era pungente e Roberta si staccò appena per stringersi nel piumino. Xavier la riafferrò e la strinse ancora più forte per scaldarla; poi le prese il volto tra le mani e iniziò a guardarla intensamente negli occhi. Proprio come al Jardin du Luxembourg, ma senza lacrime questa volta. Il non detto affiorava negli sguardi e nei gesti: gli occhi parlavano trasmettendo ondate di sentimento. Xavier glieli accarezzò con le labbra, per Roberta un déjà vu che la fece ritornare ventenne per lunghi istanti. Le labbra si sfiorarono…

… Lo squillo del cellulare riecheggiò nella stanza.

Con un gesto istintivo Roberta lo toccò e contemporaneamente accese la radio. In quella camera, anche al buio, ormai sapeva dove trovare il pulsante. Trasmettevano Una lunga storia d’amore cantata da Gino Paoli.

Era mattina. Roberta si stava svegliando al suono di quella melodia, la colonna sonora della storia tra lei e Xavier. La prima canzone italiana che lui aveva imparato e le dedicava sempre.

Roberta si riprese dal torpore del sonno e la realtà le apparve con chiarezza. Afferrò il cellulare e scrisse un sms annullando l’appuntamento della sera con una scusa banale.

Forse era meglio così, forse era più saggio, forse… Si ripeteva mentre, aprendo la finestra, respirava l’aria fresca dell’alba fiorentina.

foto Sandro

 

 

Un anno di noi: Kalosf e Meli

Meli rappresenta l’eccezione. Non è una blogger, anche se ogni tanto fa delle incursioni sul blog della mamma. E’ una fotografa in erba. Un personaggio che immagino a tutto tondo, con una ricchezza interiore invidiabile. Già l’anno scorso ha partecipato al compleblog con una sua frase. Anche quest’anno ha desiderato partecipare e sapendo che ama particolarmente i cieli, le ho spedito tramite Fulvia, una foto nella quale il cielo è una presenza inquietante e potente. Ecco la sua brevissima composizione sulla fotografia.

Grazie Meli. E’ per me sempre un onore sapere che guardi i miei scatti. Un abbraccio grande grande

 

Ombre cupe risaltano la luce.

  

Un anno di noi: Lilasmile e Kalosf

Già dal nome si comprende che il suo blog è legato ai sentimenti, all’insieme di emozioni che costituiscono il luogo in cui emergere e lasciare emergere la realtà ossia il volto, il sorriso. Lei lo fa con trasporto, attraverso la poesia, convinta, come dice il sottotitolo del suo blog che  “un sorriso può aiutare a Vivere” ed in quella “V” maiuscola c’è tutto il senso che Lila persegue.
La sua presenza in questo compleblog è un dono grandissimo ed in parte inatteso per me. Speravo che volesse legare una sua composizione ad uno scatto filtrato da Kalosf. Vedere perciò la sua richiesta mi ha fatto un grande (davvero grande) piacere.
Perciò grazie Lila. Per essere voluta essere presente con il tuo stile diretto, chiaro, pulito. Con la tua poesia che è in fondo una trasparenza del tuo cuore. Ed a voi che leggete ecco un esempio di questa poesia limpida. Grazie ancora.
Silenzio assoluto, calma
tra le sponde dei nostri corpi
sfioro l’acqua dei tuoi occhi cupi
mentre mi guardi
come fossi Venere
così lento, scorre
e si agita…il nostro vivere.
Lila
 lila

Un anno di noi: Silvia e Kalosf

La brevità è spesso sintomo di consistenza. Silvia ci ha abituato nel suo blog a post rapidi, spesso lasciati cadere nella blogsphera la sera, quando il cuore è più recettivo. In questa composizione c’è tutto il suo stile essenziale e la sua capacità di vedere dentro le cose.

Grazie Silvia. Per i tuoi “dolce notte” e per la tua presenza.

 

Nell’incantesimo di un nuovo giorno un raggio improvviso a illuminare un tacito accordo,
segreto, invisibile ai più,
l’unione di due anime che si promettono il futuro.

sandro

Bianco e nero

La carne è chiaro-scurale. Ammette alla visione dell’anima, ma contemporaneamente la nasconde. La rende visibile celandola. Il corpo è come il Bianco e Nero che presuppone il colore, ma senza che in realtà ne vediamo i bagliori (eppure sappiamo, percepiamo la sua intensa presenza)…

Lacustre (2)

Ancora qualche parola sulla bellezza della carne, sul sovrappopolamento di emozioni che genera, nel suo godere come nel suo dolere. Perchè anche questa è una possibilità reale.

La carne soffre. Le malattie, i disagi interiori, i silenzi.

La carne non è solo il luogo della manifestazione dell’amore, ma anche della sofferenza, di quel dolerci che ci rende così umani e diversi dalla divinità, fino alla contraddizione cristiana, quando il dolore ha deflorato lo spazio del divino.

E’ in essa che si consuma l’esanimento. E’ in essa che si manifesta la compagnia della vecchiaia ed infine l’aggressione della morte. Eppure c’è un senso in ogni ruga, c’è un significato in ogni piccolo pezzo di vita che si incide sul volto. Perchè la carne, anche nel suo crollare, nel suo lento sfaldarsi, ha una sua dignità, perfino nell’aggressione di una malattia, di un dolore devastante.

Ed è qui che forse sta il segreto del fidarsi della nostra carnalità e del lasciarla andare, di non tenerla a tutti i costi stretta tra le mani come un possesso. Forse è qui la fiducia non in una medicina che tende a conservare in esistenza ma non nell’esistente: nel lasciarsi andare. Perchè sia la pace. E poi il silenzio.

Nel quale non possiamo che sostare, attendendo di essere toccati dall’ultimo raggio di sole o dall’ultimo riflesso di luna che rimbalza sul lago freddo d’inverno…e che già (lo senti?) si apre alla primavera.

 

Lacustre

La carne poi è trasverberazione.

E’ possibilità.

Essa in fondo, non è sostanza in se stessa, ma apparenza di un qualcosa che sfugge. E non mi riferisco qui all’anima (la carne non è sottomessa all’anima, nè l’anima, qualora esistesse, alla carne), ma a ciò che è il destino della carne.

La grande contraddizione della morte non è infatti l’ultima parola dell’esistente. Il corpo ha un’attesa che lo supera. La sua grandezza non sta nel suo frantumarsi e devastarsi tra le zolle di un silenzioso pezzo di terra.

La speranza della carne è più violenta. E’ immensa. Essa, ogni cellelula, ogni pezzo di DNA sa che la vita non si conclude, che è chiamata, calamitata verso un qualcosa di diverso, non di “eterno” ma di “esistente”. Un prototipo.

La carne è divina. La sua coscienza è la percezione della propria divinità. Iscritta profondamente nel suo esserci nel mondo.

Queste foto, rappresentano allora ancora il superamento della realtà a favore dello spazio della bellezza e della possibilità del nostro camminare carnale nell’Esistente, rendendolo in qualche modo, visibile.

Spazi

L’amore viaggia su binari insoliti, differenti, su elezioni affettive profonde che sfuggono al concetto di “famiglia”, ed a qualsiasi concetto di “sangue”.

L’unico concetto al quale risponde sempre è quello di “carne”. Non esiste alcun amore che sia disincarnato, anzi quando l’amore vuole raggiungere il suo apice deve toccare la vetta della carnalità che si trova nel suo stesso esanimento: la morte.

L’amore che tenda, infatti, a mostrarsi come vero, non sfuggirà al silenzio della morte, alla rottura delle relazioni alla quale essa conduce, ma vi entrerà dentro, nella fede e nella speranza, che nulla si perda di ciò che vale, che nulla si perda di ciò che è amore.

E’ qui che il mistero dell’incarnazione dell’amore raggiunge la sua vetta. Solo nella fine e nell’esanimento esso prova e provoca la sua eternità.