Quando il compleblog finisce

Per la seconda volta il compleblog finisce. In molti, in moltissimi avete voluto partecipare, “esserci” con i vostri scritti, i commenti e le vostre parole. Avete voluto percorrere con me un anniversario che non serve tanto ad accentrare l’attenzione su kalosf e le sue fotografie, quanto su di voi, su ciascuno di voi che rendete “grande” questo blog, facendo crescere il suo ideatore con i vostri commenti, con il vostro silenzio, con i vostri likes o semplici passaggi. A me non resta che dirvi grazie e farvi una promessa. Per quel che mi riguarda non ci sarà un giorno nel quale mi stancherò di incontrarvi, di incrociare il mio sguardo con il vostro, di interagire con voi. Se quel giorno giungesse, avrebbe significato una sola, semplicissima cosa: mi sarei stancato del mio modo di essere. In fondo quello che tutti noi, voi e me, cerchiamo in kalosf è uno spazio di bellezza. Una possibilità di guardare insieme. Il segreto è questo: il guardare insieme.

Per questo non desidero chiudere con parole mie, ma utilizzare le vostre parole. In particolare quelle di Liza, che mi ha scritto in modo originale una frase con la quale concludo tutto il percorso del complebog. Eccovela.

Quindi ecco la mia idea di Kalosf…
“Sobbalzi dell’Anima
voli immaginifici
con lo sguardo tuo bambino mi perdo.”
Liza.
Non smettere mai

Lo prometto a te Liza, lo prometto a tutti voi. Non smetterò mai.

Un abbraccio a tutti. E ancora, semplicemente grazie…

Un anno di noi: Andrea e Kalosf

Andrea è uno di quei blogger silenziosi, che passano sullo scroll quasi in punta di piedi, non perchè i suoi post non siano interessanti, ma per quello stile che è intessuto più di “orme” sulla sabbia (o forse dovrei dire sulla neve) che di calpestio di piedi in un selciato affollato. Il suo blog non ha una continuità di argomento, ma viaggia sulle note del suo cuore e delle sue esperienze, pur con un’importanza data alla montagna ed alle escursioni. Ma i suoi sono piuttosto viaggi interiori tra luoghi e fotografie…
Grazie Andrea per questo tuo originalissimo racconto e per aver voluto entrare tra le pagine di kalosf… La tua presenza così silenziosa è sempre preziosa.
Se fossimo come loro
Lei entrò nella stanza buia, un impercettibile ronzio galleggiava in quell’atmosfera sospesa. Il corpo di lui giaceva supino, con il braccio destro che sporgeva dal bordo del letto.
‒ Cosa succede? ‒ Chiese lei.
‒ Sono scarico. ‒ Rispose lui con un filo di voce.
Lei si avvicinò lentamente, i suoi piedi bianchissimi si muovevano leggeri, sembrava non toccare quasi il pavimento. Si sedette sul bordo del lettino e gli prese dolcemente la mano.
‒ Cosa fai? ‒ Chiese lui.
‒ Loro fanno così ‒ Rispose lei.
Per alcuni minuti stettero in silenzio, guardandosi negli occhi. La loro pelle bianchissima riluceva nel buio della stanza mentre il ronzio alle loro spalle si era leggermente affievolito. Fu lei a rompere quel silenzio.
‒ E’ strano.
‒ Che cosa?
‒ Non sento nulla.
‒ Cosa vorresti sentire?
‒ Non lo so. Loro fanno così, ma non capisco cosa ci trovano.
‒ Se fossimo come loro tu mi avresti detto <<dovresti staccare la spina>>.
Lei sorrise e poi disse: ‒ E’ vero, siamo diversi, ma per un attimo avevo pensato…
Il ronzio si interruppe, una luce dietro di loro si accese e un raggio luminoso attraversò la stanza, mentre una voce metallica continuava a ripetere: <<Ricarica completata, l’androide è nuovamente operativo>>
Allora lei staccò la spina dell’alimentatore, il cavo si riavvolse automaticamente nel corpo di lui e i due robot uscirono insieme dalla stanza, mano nella mano.
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Un anno di noi: Marina e Kalosf

Ne conosciamo lo stile e l’uso meraviglioso delle parole attraverso il suo blog. Ha la delicatezza di una donna e lo sguardo capace di stupirsi di una bambina. Marina scrive per trasfondere affetti e visioni. Non si dilunga, non si perde. Scolpisce in pochissimo la sua poetica e la condivide con semplicità. Ne avevamo fatto esperienza anche nel corso del precedente compleblog.

Anche quest’anno una nuova partecipazione ricca di pathos e di semplicità.

Grazie Marina per i tuoi numerosissimi commenti alle foto di kalosf, sempre così coerenti e sinceri (anche quando una foto non trova il tuo gradimento). Grazie. Questa tua capacità di esserci mi colpisce sempre e mi riempie di gratitudine.

 

Purezza

Un sussurro e l’attenzione è rivolta,
sguardo innocente.
Dove occhi puri ricercano
parole attese per
il suo mondo incantato.
E nel tempo rimane,
a nostro ricordo, un viso
di bimbo perduto nel tempo.

  

Un anno di noi: 65Luna e Kalosf

Le donne hanno un modo di leggere il mondo diverso da quello degli uomini. Un modo ricco ma essenziale, che consente di andare direttamente verso il cuore delle cose non tralasciando però la dignità dei sentimenti.

Lei non è una scrittrice. Non scrive normalmente poesie nè racconti.Lo specifico del suo blog è la fotografia. Usa le parole, ma collegandole alla fotografia, anzi la sua parola è la fotografia e le parole sono le immagini che usa per mostrare il suo pensiero e le sue emozioni. Mi ha stupito perciò la sua decisione di partecipare al compleblog. E mi ha onorato molto. Perchè ha trasformato la sua natura in qualcos’altro. Ma lo ha fatto con il suo stile, immediato ed immaginifico insieme. Non una composizione, ma solo poche, pochissime parole. Eppure un prisma di significati e di emozioni.

Grazie mia carissima amica. E’ un grande piacere che tu ci sia ed è un’onore la nostra collaborazione attivata per “La Nostra Commedia“. Un grande grande abbraccio.

 

“Voler Svelare il Mistero Quando E’ Vaga la Comprensione di Noi Stessi”

(65Luna)

 

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Un anno di noi: Marco Fantuzzi conversa con Kalosf

  
E’ l’ultimo dei tre scrittori che vi voglio presentare in questo compleblog. Dei tre è forse quello meno visibile per il suo stile silenzioso e per la sua non continua presenza sul blog. Anch’egli però ha vissuto l’esperienza della stampa, in particolare della coraggiosa stampa di poesie. Un romanzo, un racconto è per sua natura più appetibile al pubblico. La poesia invece è qualcosa di ostico, quasi un “ozio”. Marco ha provato a scrivere poesia, ha provato a stampare (per inciso la copertina del libro è stata scelta tra le fotografie di Kalosf) ed il suo libro, del quale parleremo più sotto, è oggi una realtà.

L’intervista che vi propongo è come le altre molto personale. Più che il libro io resto interessato al personaggio, alla persona, che vive nel libro. Ed è questo Marco che desidero presentarvi.

Grazie Marco per esserci stato anche in questo compleblog (lo aveva fatto anche l’anno scorso) e grazie per le tue risposte così vere e così cariche della tua umanità. 

Poesia e vita: quale relazione?

Direi che rispetto al passato è cambiato il rapporto con me stesso, perché giorno dopo giorno sto prendendo sempre più coscienza delle mie potenzialità, ed è un bel scoprire. Ora che dedico molto tempo a quest’attività letteraria, perché il mondo del lavoro cui appartenevo mi ha isolato e scacciato, la crescita è molto più veloce che in passato, tanto che rileggendo le mie prime poesie (che appartengono comunque ad un’età matura) non mi ci ritrovo, mi sembra quasi di essere un’altra persona, e da un certo punto di vista lo sono sicuramente.

C’è una relazione tra il mondo immaginario della poesia e il mondo reale a cui la mia vita adesso è ancorata in modo differente? Devo dire che sto cercando di capirlo, al momento direi che è ancora labile, flebile, vecchio e nuovo si relazionano poco, anche se quest’ultimo ha un atteggiamento più pacato rispetto alle sollecitazioni che gli arrivano dal mondo reale.

Il poeta cerca di subentrare nella vita di tutti i giorni cercando di cambiare gli aspetti soliti, consolidati da sessantanni di vita, cerca di prendere ciò che gli accade con tutta la filosofia possibile. Al momento sono due figure che non vivono in simbiosi, perché non essendo un artista affermato mi sento più come un disoccupato in cerca di lavoro. La vita è molto più soddisfacente nei momenti di isolamento dedicati all’ispirazione e alla scrittura, c’è uno stacco notevole: quando scrivo mi dimentico chi sono e ancora mi stupisco dei versi che riesco ad esprimere.

Quindi in conclusione posso dire che poesia e vita poco si relazionano, al momento, ma la domanda era davvero impegnativa e io spero di essere stato esaustivo.

Chi è l’uomo Marco Fantuzzi? Quale esperienza lo ha portato a scrivere?

Come tutti gli inizi, l’avvio è stato lento, anche se abbastanza improvviso, infatti, finché lavoravo, non mi soffermavo a fondo su come esprimermi, ma forse me ne mancava il tempo. Poi nel 2008 il mondo del lavoro mi ha trasformato in un precario, ed ero già oltre i cinquant’anni; è stato un brutto periodo, altalenante, pieno di pessimismo, con il lavoro che andava e veniva, non vedevo più il mio futuro, anzi si era spalancato un baratro che cercava di inghiottirmi. È stato qui che ho cercato solo la mia interiorità, ho alzato muri quasi invalicabili, soprattutto nei momenti, molto lunghi, di disoccupazione a tempo pieno. E ho trovato sfogo nelle parole che raccontavano il mio malessere: piccole poesie, brevi racconti, qualche abbozzo di romanzo, note critiche. E da lì, lentamente sono rinato! Ma dire chi è l’uomo, difficile risposta, forse siete in grado di dirlo voi leggendo i miei scritti, io sono sempre stato troppo critico nei confronti di me stesso, anche l’artista risente di questo lato del mio carattere, molto introverso. Voi che non conoscete a fondo la mia storia, potete essere in grado di capirlo meglio di me.

Hai pubblicato  un libro di composizione poetiche: cosa significa per te?

È sinceramente una domanda che non mi sono posto spesso, perché con la poesia ho voluto semplicemente raccontare me stesso, la mia vita, il mio atteggiamento nei confronti della vita, le mie emozioni, il mio stare in mezzo agli altri (a dire la verità sempre troppo poco). Ho voluto comunicare la mia originalità di essere umano, questo è un concetto cui tengo molto, vedo troppa banalità e omologazione in giro, e questo non è un bene per nessuno, forse fa bene alle tasche di qualcuno, ma di sicuro non permette quella crescita culturale, e non solo, che dovrebbe pervadere la nostra civiltà.

Comunque il libro non è un punto d’arrivo, come erroneamente credevo quando mi sono deciso a prepararlo, ma solo un punto di partenza verso altri lidi, spero ancora più luminosi. D’altra parte nella vita l’unico punto d’arrivo è quello che pone fine al gioco, e spero che sia ancora lontano.

Ha significato molto per me il lavoro di costruzione, della scelta tra centinaia di scritti, delle innumerevoli indecisioni, delle riletture, delle riscritture. La gioia di poter sfogliare qualcosa di solamente tuo solo un bambino lo può capire, perché la gioia era quella, un nuovo giocattolo, con cui giocare insieme agli altri.

Se potessi fotografare una foto (o qualcuno lo facesse per te), che foto vorresti vedere?

Io sono sempre stato innamorato dei tramonti, li ho fotografati in vari luoghi, in vari momenti dell’anno, ho scritto sui tramonti cose che mi sono piaciute, è il momento della giornata che amo di più.

L’alba, invece, è sempre stata vissuta poco dal mio spirito, perché era il momento che mi faceva uscire di casa per immergermi nel flusso della vita. Ma c’è un’alba che vorrei fotografare ed immortalare in versi: quella che si può vedere da un rifugio di alta montagna, quando il sole sorge da un mare di nuvole su cui svettano le cime rocciose più alte. Questo mare che sembra così consistente che vorresti camminarci sopra e andare da una cima all’altra senza saper volare come un’aquila oppure tuffarsi in quella schiuma che cambia colore ogni momento finché il sole non l’accarezzerà dall’alto.

 

 

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Un anno di noi: Rosanna e Kalosf

Leggero. Leggiadro perfino. Eppure prezioso, sensato. Ricco di colori e sfaccettature. Il blog di Rosanna ha questa caratteristica. Descrive i sentimenti attraverso la poesia, l’aforisma, a volte brevissimi passaggi poetici che lasciano però una sensazione come impressionistica.

Per il compleblog di Kalosf ha voluto partecipare con questa creazione, che ne illustra tutta la ricchezza e per la quale la ringrazio infinitamente. Grazie Rosanna, per averci voluto essere e per la tua presenza poetica.

-Nella stanza dei ricordi.-

In un inverno del cuore,
abbracciai antiche memorie
-nella stanza dei ricordi.

Tra fregi di emozioni
il mio sguardo si fermò
-da riflessi rapito
bluastri contorni di luce
or dipingevano l’aria.

Era essenza di speranza
-da vaso di Pandora sortita
a lenire  dell’anima  gli affanni.

-Rosanna Russo©-

 

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Una anno di noi: Primula e Kalosf

Lo ha fatto l’anno scorso in un “Fuori Compleblog” inatteso. Ci riprova quest’anno, con un racconto carico di sentimenti e emozioni come lei sa scrivere. Il suo blog è trasgressivo, poichè attraverso la sua scrittura Primula cerca un senso, un percorso e lo fa attraverso la levità del suo mondo interiore, non tralasciando l’esperienza della letteratura (della quale è un’attenta conoscitrice) e le esperienze reali del quotidiano.

Grazie di esserci Primula, grazie di aver voluto ancora una volta far parte di questo Compleblog. E grazie per la tua “trasgressione” letteraria…

 

Incontro

Immersa nella lettura di documenti per la riunione dell’indomani, nonostante fosse solo tardo pomeriggio era già comodamente seduta sul letto, semi avvolta nel piumone. Si trovava nella solita stanza, piccola e accogliente, dell’hotel ormai a lei familiare. Lo sceglieva ogniqualvolta si recava a Firenze per lavoro.

Vibrò il cellulare. A lungo. Nascosto sotto i fogli sparsi al suo fianco, lo cercò a tentoni senza guardare, concentratissima su grafici e tabelle. L’avvicinò all’orecchio convinta di sentire la voce del suo Edo che, dall’altro capo del mondo, le augurava una buona serata e le dava la buonanotte. Una dolce abitudine anche dopo tanti anni di matrimonio quando le rispettive attività li tenevano separati per alcuni giorni.

“Pronto? Ciao Roberta…”

Ops! Osservò il display. Non riconobbe il numero.

“Pronto? Ciao… ma chi sei, scusa…?” eppure quella erre arrotata e vibrante avrebbe dovuto ricordarle qualcuno.

“Mais, c’est moi… sono io, Xavier! Come stai? Non è che disturbo, vèro?” Non aveva proprio perso l’accento francese nonostante anni e anni trascorsi all’estero.

“Ma… Xavier!!!… Che sorpresa! Quanto tempo! Io tutto ok, e tu?”

“Moi, bène mòlto bène. Ora che ti sẽnto va ancora meglio. Ho avuto il tuo numero da Marta, l’ho incontrata un paio di volte per lavòro. Abbiamo parlato di te, e così mi son detto – pourquoi pas? – perché non salutarla?” Roberta adorava la musicalità di quella voce, l’inflessione inconfondibile, nasali, vocali aperte e erre marcata a ricamare un italiano perfetto. Ora non aveva dubbi: era proprio Xavier, l’avrebbe riconosciuto tra mille.

“Sẽnti chérie, sono in Italia per qualche giòrno, passo a trovarti?” Brillante come sempre, pensò Roberta.

“Cavoli! Mi dispiace! Non sono a casa… Sto a Firenze e ci resto fino a mercoledì. Désolée, davvero!”

“Pas de problème! Sai che sòno a Ròma? Mi fermo a Firenze prima di rientrare in Francia. Possiamo vederci domani sera?… Al solito posto?…”

Roberta ebbe un tuffo al cuore, ma si riprese subito.

“Perfetto! Lo ricordo ancora molto bene, sai?…” Non riusciva a essere disinvolta come lui. La sorpresa le aveva fatto perdere la favella, fatto inusuale per lei. Rispondeva in modo lucido ma laconico.

“Allora a domani!”

“A demain chérie e bonne nuit! Bisous!”

Roberta appoggiò il cellulare al mento. Xavier era come un fantasma che risuscitava dal passato. Si sentiva confusa, lusingata, frastornata, felice. Insomma, era un caos di emozioni.

Si alzò dal letto, aveva bisogno d’aria fresca. Spalancò la finestra e le si presentò uno spettacolo mozzafiato. Non le era mai capitata una serata simile a Firenze, almeno in inverno. L’ora del crepuscolo: ultimi chiarori del giorno che muore, la notte non ancora nata, un cielo dal bagliore lunare solcato da striature biancastre simili a pennellate ad acquarello, le luci dei lampioni sul lungo Arno. Il riflesso tremulo nell’acqua le trasformava in stelle filanti rievocando ballerine di fila nelle riviste di un tempo con costumi cosparsi di lustrini sul palco blu intenso del fiume. Una volta celeste al contrario. E lì, stagliato in mezzo al quadro, il profilo del ponte, il loro ponte, il loro posto. Dopo Parigi, Firenze li aveva spesso accolti nel suo abbraccio.

Roberta si rannicchiò nel bavero della vestaglia. L’aria era frizzante, benefica però, e ne respirò a pieni polmoni. Chiuse la finestra.

Lo faceva spesso nel piccolo monolocale di Xavier: una mansardina in Rue Laplace, strada tranquilla nei pressi del Jardin du Luxembourg e a pochi minuti dal Panthéon. A Xavier piaceva che l’atmosfera del Quartier Latin entrasse nella stanza, e Roberta non poteva chiedere di meglio.

Era arrivata a Parigi per seguire uno stage di perfezionamento in linguistica alla Sorbonne. Da subito aveva amato quell’ambiente; estroversa e socievole, non le era stato difficile inserirsi in gruppi di studenti o professori già affiatati tra loro. La sua comunicativa risultava contagiosa.

Xavier era uno dei tanti compagni di studio. Di qualche anno più grande di lei, aveva già tenuto alcuni corsi a studenti. Arguto e intelligente, era destinato a una sicura carriera in università, Roberta glielo ripeteva in continuazione. Lui si schermiva, ma era visibilmente compiaciuto almeno agli occhi di Roby che iniziava a conoscerlo davvero bene. Trascorrevano parecchio tempo insieme, in biblioteca a studiare o nei cortili della Sorbonne a discutere. Erano in disaccordo su tante cose e proprio durante un animato scambio di opinioni Roberta si trovò improvvisamente le labbra di Xavier stampate sulle sue. Spontaneo, naturale, bello. Da lì alle lenzuola della mansardina il passo fu breve. Seguirono serate stupende, cenette in casa a base di camembert, baguette e Beaujolais, rigorosamente acquistato al supermarket, o qualche volta, borsellino permettendo, in un delizioso piccolo bistrot in Rue Princesse chiacchierando e amoreggiando davanti a un faux-filet e un buon bicchiere di bordeaux.

“Santo cielo Roby, perché ora ti perdi nei ricordi? A che serve? Uff… rivedrai un amico, e che sarà mai!?” Sprimacciò il cuscino, era stanca. “Forza! Dai!… Dormiamoci su… domani è una giornata pesante…” Appoggiò la testa e si addormentò come un sasso.

Rientrata in hotel, verso sera, si concesse una lunga doccia calda e rilassante. I meeting erano stati più impegnativi del previsto. L’incontro con Xavier meritava una Roberta in forma.

Il getto d’acqua scorreva sui capelli, le accarezzava le guance, massaggiava delicatamente il corpo.

Come bruciava la pioggia sul viso quel giorno al Jardin du Luxembourg! Si confondeva con le lacrime che si asciugavano al vento freddo di un umido pomeriggio primaverile, non raro a Parigi. Lei e Xavier si stavano salutando: Roberta sarebbe rientrata in Italia e lui, vincitore di un concorso a cattedra, aveva accettato di trasferirsi negli Stati Uniti. Un’occasione da non perdere. Roberta non poteva di certo seguirlo; anche per lei in Italia esistevano concrete prospettive professionali.

“Mais je t’aime, lo sai bène! Ci scriveremo, ci telefoneremo, appena posso salgo sul primo aereo e corro da te…” Ma lei sapeva che non sarebbe stato così, che tutto si sarebbe pian piano smorzato per poi spegnersi. Colpa di nessuno, semmai conseguenza della vita la cui concreta quotidianità non ha nulla dell’assoluto cui si crede quando ci si innamora a vent’anni o poco più. Xavier la teneva stretta a sé sfiorando con le mani gli abiti bagnati. Non avevano neppure cercato riparo almeno sotto un albero; se ne stavano lì, appiccicati, i baci di lui a coprire occhi, guance, labbra, collo di lei.

Roberta scosse la testa per dare forma alla capigliatura umida. Un modo per scacciare nostalgia e tristezza? Si guardò allo specchio. “Ma va là! Su, datti una mossa! Vestiti, truccati, sfodera il tuo sorriso migliore, la tua solita esuberanza e raggiungerlo!” Era brava a gestire le situazioni.

Uscì dall’albergo. Percorse il lungo Arno che la sera precedente aveva contemplato dalla finestra. I lampioni illuminavano il marciapiede mentre sulla sponda opposta del fiume sembrava che le case stessero già riposando, immerse nell’acqua e in una penombra rassicurante.

Camminava spedita anche se non aveva fretta. Arrivata al ponte, rallentò il passo. Nel via vai di gente, aveva riconosciuto la silhouette di un uomo semi illuminata dalla luce romanticamente fioca di un lampione. Si mosse verso di lei e le si avvicinò: era Xavier. Nessuna formalità: un immediato, rapido e intenso abbraccio sussurrando reciprocamente un semplice “ciao” all’orecchio. Rimasero così per minuti, travolti dall’emozione, senza dirsi altro. Le parole non servivano. Erano sul loro ponte che abbracciava l’Arno mentre le loro braccia univano lo spazio e il tempo che li avevano separati. Quel ponte diventava, ancor più che nel passato, il ‘loro posto’: metafora di un’unione nella simbiosi tra ponte reale e sentimentale.

L’aria era pungente e Roberta si staccò appena per stringersi nel piumino. Xavier la riafferrò e la strinse ancora più forte per scaldarla; poi le prese il volto tra le mani e iniziò a guardarla intensamente negli occhi. Proprio come al Jardin du Luxembourg, ma senza lacrime questa volta. Il non detto affiorava negli sguardi e nei gesti: gli occhi parlavano trasmettendo ondate di sentimento. Xavier glieli accarezzò con le labbra, per Roberta un déjà vu che la fece ritornare ventenne per lunghi istanti. Le labbra si sfiorarono…

… Lo squillo del cellulare riecheggiò nella stanza.

Con un gesto istintivo Roberta lo toccò e contemporaneamente accese la radio. In quella camera, anche al buio, ormai sapeva dove trovare il pulsante. Trasmettevano Una lunga storia d’amore cantata da Gino Paoli.

Era mattina. Roberta si stava svegliando al suono di quella melodia, la colonna sonora della storia tra lei e Xavier. La prima canzone italiana che lui aveva imparato e le dedicava sempre.

Roberta si riprese dal torpore del sonno e la realtà le apparve con chiarezza. Afferrò il cellulare e scrisse un sms annullando l’appuntamento della sera con una scusa banale.

Forse era meglio così, forse era più saggio, forse… Si ripeteva mentre, aprendo la finestra, respirava l’aria fresca dell’alba fiorentina.

foto Sandro