Quando la morte diviene bellezza

Barcellona ha un volto che in pochi conoscono ed è quello legato all’esperienza dei suoi cimiteri. L’ampliamento della città generò infatti il bisogno di costruire nuovi spazi per le sepolture. In particolare a distanza di breve tempo vennero creati il cimitero del Sud-Ovest (sul Muntjuic) e quello di Poblenou, vicino al mare. Il turista medio raramente si interessa a questa forma di arte, vuoi perchè la morte fa paura, vuoi perchè il tempo è sempre risicato…e poi si muore da per tutto allo stesso modo, giusto? In realtà la morte è espressione estrema dell’umanità. Non si riflette mai troppo sul fatto che il passaggio dalla bestia all’animale, sembra essere avvenuto nell’uomo, quando comincia a seppellire i suoi morti, a circondarli di attenzione, cosa che nessun animale, nemmeno i primati, fanno. La morte è paradossalmente l’esperienza di vita più profonda ed inattesa, il momento, forse l’unico, nel quale l’uomo si trova dinanzi alla sua verità. Ecco perchè visitare i cimiteri è sempre un modo per entrare in contatto con l’uomo, per comprenderne il senso profondo, per capire una società. Nei cimiteri di Barcellona, inoltre, proprio a causa della temperie culturale del periodo in cui furono immaginati e costruiti, si è concentrata una tale bellezza da lasciare sbalorditi. Alcune foto possono rendere l’idea, ma in fondo non mediare quel sentire che era pregno di una fede, di un’attesa.

Gli architetti erano liberamente posti al servizio non di un’idea, ma di un ideale e lo traducevano in opera, in affermazione. Per questo sono tantissimi le statue di angeli, con in mano una tromba (quella del risveglio), per questo raramente si osservano sculture nelle quali prevale il dolore.

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Piuttosto anche la forza della morte, che interrompe il percorso terreno, diventa dolcezza, immagine sublime di un distacco dalla terra che avviene con un bacio, con una leggerezza che solo il bello può incarnare.

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Passeggiare per i cimiteri di Barcellona è in realtà camminare i percorsi della dolcezza del distacco. Perchè quando ogni cosa è raccolta, quando ogni pezzo di vita è giunto al suo termine (di là dall’età o dal momento in cui si viene attratti alla Vita), lì ed allora si può partire, puntando lo sguardo diritto verso un cielo, pregno di attesa.

Ed in questa attesa, concludo anche la storia emozionale del viaggio a Barcellona. Spero vi siate divertiti e chissà, un pò stupiti. Lascio di nuovo il campo alle fotografie di  Kalosf ed un abbraccio…

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Parliamo di nudismo

Dopo il post sul bastone da selfie, avendo ormai perso tutta la mia credibilità, posso concedermi un altro post barcellonese estremo (Kalosf è davvero arrabbiato, dice che sto abbassando il livello del blog…ahahaha mi dispiace per lui. Al momento mi sono impossessato di questo spazio e non intendo lasciarlo, almeno per un’altra puntata).

Parliamo di nudismo.

Quanti hanno visitato Barcellona sanno che la spiaggia di Barceloneta (e non solo quella) è luogo di nudità approvata. Partiamo da un’affermazione: non ho nulla contro il nudismo. E continuiamo.

Una mattina me ne vado bel bello in spiaggia e parto per la mia passeggiata lungo la riva. Ed ecco i primi corpi al sole. Età media minima  60 anni. Corpi dilatati, cadenti, disfatti, sessi maschili e femminili che hanno sicuramente visto momenti migliori (…o almeno lo spero), pieghe di pance e di natiche non abbronzante per la vastità del corpo che le sopporta, impudicamente abbandonati sulla spiaggia. E mi sono trovato a chiedermi il perchè…

Poi ho guardato meglio queste persone. La nudità non era per loro esibizione, era condizione. E lì, facendo due calcoli non ho potuto fare a meno di pensare alla metafora di quei corpi esposti. Molte di quelle persone, probabilmente erano nel pieno degli anni durante i ’60 ed i primissimi ’70, quando il nudismo era un modo per affermare libertà, superamento dei tabù,  emancipazione. E come le idee di quegli anni, ormai decadenti, essi stavano lì, coraggiosamente (oserei dire) a manifestare una loro libertà e convinzione, come simulacri di un tempo diverso e pieno di futuro.

E mi è venuto subito in mente quello che vedevo in città, nella quale si stava celebrando il “Circuit”, evento estivo del mondo LGBT collegato ai/alle palestrati/e. In questi ciò che emergeva, nelle canotte slabbrate o aderentissime, negli sguardi lanciati e misuranti, era null’altro che l’edonismo, il gusto del corpo per il corpo, la costruzione a tavolino di una perfezione che non prevede incertezze, vuoti, ma solo fatica per costruire bicipiti, pettorali magari anche con qualche pasticca di sostegno.

E lì mi è venuto il dubbio, se cioè preferissi quei corpi belli, perfetti e freddamente matematici (immagine perfetta della società dell’apparenza nella quale viviamo) o quelle carni cadenti, abbandonate dalla giovinezza, ma ancora coraggiose.

E niente.

Dovendo proprio scegliere, continuo a pensare che è meglio la bellezza (per quanto rimane la mia ammirazione per il coraggio degli altri).

Il senso del mar

Barcellona, come tutti certamente sapete, conserva al suo interno uno dei quartieri medievali meglio conservati d’Europa. E’ il così detto Barri Gòtic. Tempo strano quello del Gotico. Dalla possenza del Romanico (molto presente per altro in Catalogna), si passa alla leggerezza. L’invenzione degli archi rampanti (poi superati da Gaudì solo nel XX secolo), consente di elevare i muri, di forarli con enormi finestroni, di permettere allo sguardo di elevarsi verso il cielo. Il gotico, che non è solo espressione religiosa, ma manifestazione del genio di una società, ha questa caratteristica: superarsi. In modo continuo, estremo.

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In Catalogna, il gotico, non diviene però sublimazione eterea (alla francese, per capirci), ma mantiene una sua violenta orizzontalità. Le chiese non sono solo verticali, restano anche fortemente ancorate alla terra nella loro orizzontalità, quasi a manifestare la concretezza di un popolo, il suo estremo legame con la terra. Il Gotico di Barcellona non è in se stesso, purissimo. Mani di architetti del XIX secolo hanno completato quello che era stato lasciato incompiuto nel tempo delle Cattedrali (la facciata della Seu, la cattedrale, ne è un esempio), ma anche questo corrisponde ad un’idea propria degli uomini di quel tempo: l’opera non appartiene ad una generazione, è piuttosto il precipitato dell’esperienza di una fede che si estende nei secoli, che si manifesta nella diversità.

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Barcellona offre perciò un gotico prezioso, che diviene anche espressione del coraggio di un popolo. Penso solo allo splendore di Santa Maria del Mar, una chiesa costruita in pochissimi anni (per gli standard del tempo), perchè gli scaricatori del porto si erano impegnati a portare essi stessi le pietre. E dobbiamo immaginarlo questo splendore in mezzo alle casupole, subito visibile dal mare. Santa Maria del Mar è come il desiderio fatto pietra del ritorno a casa, l’ultima elevazione della città ad essere vista allontandosi dalla costa e la prima edificazione aerea visibile tornando. La Stella del Mare, appunto. La Stella che conduce. La bellezza della chiesa, la sua elevazione, la sua luce sentono ancora di quegli sguardi, di quelle voci, di quella dimostrazione non solo di potere (edificare quella chiesa, mentre poco distante veniva edificato il duomo, espressione del clero e della nobiltà, era anche affermazione di libertà, di presenza sociale, di potere economico), ma soprattutto di fede. Entrare in Santa Maria del Mar è trovarsi in uno spazio possente (molto diverso dalla Sagrada di Gaudì), concreto. La pietra è pietra, che non viene mitigata dalla luce, ma assume una sua forma attraverso di essa e la scarsità di opere successive (presenti invece nella Cattedrale), ne mette in evidenza tutta l’armoniosa vastità, dove lo sguardo corre verso il centro, verso il luogo del sacrificio, culmine di un processo di attrazione che viene addolcito dalla statua della vergine, che appare persino piccola dinanzi all’elevazione della Cattedrale. E’ però uno spazio nel quale non ci si perde. I vettori mistici non travalicano la realtà, ma al contrario la sottolineano, la rendono concreta, come concreti erano gli uomini che la costruirono, caricandosi il peso delle pietre sulle spalle pur di vederela elevare verso il cielo. Pur di poter, tornando dal mare e dai suoi pericoli, lasciarsi condurre dalla dolcezza di un luogo amato, espressione della fede, non solo nel cielo (verticalità), ma pure nella terra, nel lavoro delle proprie mani (orizzontalità). Santa Maria del Mar, come il gotico di Barcellona, non è espressione di una mistica (come la Sagrada), ma manifestazione di un’ascesi. Non è visione, ma incontro che prelude ad essa, restando fortemente ancorato alla realtà.

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La pazienza del Romanico

Il romanico non è presente massicciamente a Barcellona. Lo è nella sua regione. Eppure, lo trovi quanto meno te lo aspetti, non solo nei grandi musei, ma anche in quelli “piccoli” (“piccoli” perchè non troppo conosciuti, non per la ricchezza delle collezioni). E’ chiaro che se si vuole avere un’idea della bellezza del Romanico Catalano si deve necessariamente andare a visitare  il “Museu Nacional d’Art de Catalunya“, nel quale è raccolta la più grande collezione di affreschi romanici del mondo (strappati dalle chiese e risistemati lì nella stessa posizione originaria). Ma anche un “piccolo” museo come il “Frederic Marés” ha davvero molto da dire, soprattutto in merito alla statuaria romanica. Questo museo, sul quale mi soffermerò un attimo, ha anche un altra particolarità. Esso contiene il così detto “Gabinet del col.llecionista“, una stranissima accozzaglia di collezioni. E’ ovvio Frederic Marès, il personaggio poliedrico che l’ha desiderato e voluto, aveva una sua logica, ossia conservare ed esporre la cultura catalana del sec. XIX, ma la sensazione, quando ci si trova in quelle stanze, è dell’ossessione del raccogliere, dell’ossessività del collezionare. Ventagli, carte, acquasantiere, oggettistica varia, biglietti dell’autobus, cartoline sono solo alcune delle possibili “cose” che si possono trovare. Ma, credetemi, ci sono molte più cose di quelle che si potrebbe immaginare.

Il titolo di questo post, però, mi induce a parlarvi di qualcosa di diverso, ossia della “pazienza del Romanico”. Il Gotico (periodo artistico successivo), si sa, è elegante, slanciato, impostato sulla verticalità. Il Romanico invece è possente, orizzontale, le figure sono stravolte quasi, in un’esasperazione dei modelli bizantini. Eppure hanno una bellezza sconvolgente, che richiama sentimenti profondi, espressionisti. Purtroppo le fotografie da me scattate, ovviamente (e giustamente per la conservazione delle opere d’arte) senza flash, non risultano chiarissime, ma rendono molto bene quello che man mano vi sto raccontando.

Ad esempio il gesto di dolore di questa madonna, questa mano che va a cercare l’altra quasi a sostenere il peso del dolore, quasi ad equilibrarsi o il volto meraviglioso e paziente di questo Cristo (che ricorda moltissimo il Volto Santo di Lucca, anch’esso del medesimo periodo), quegli occhi sottolineati, la bocca che è quasi un taglio sul volto, quasi un “emettere lo spirito”, nonostante l’iconografia sia quella del Cristo già vittorioso sulla morte. Ecco questi esempi rendono l’idea della meraviglia del romanico.

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Ed ancora questa “Maestà”, questo inizio apocalittico del Giudizio universale. Questo Cristo che domina, mentre tutta la creazione terrestre e celeste converge verso la mandorla (immagine dell’eternità) sul quale è posto il Trono. E’ il Risorto vittorioso, ma è anche il Cristo Giudice, i cui occhi scrutano tutto intero l’universo, ormai non più nelle sue infinite possibilità, ma nel suo compimento, che poi è egli stesso. Giudice Terribile che ritroviamo anche nel crocifisso senza braccia. Terribile ma misericordioso, la cui corona non esplicita semplicemente maestà, ma anche assoluta vittoria sul cosmo e sul male, acquistata in forza di quell’amore che lo ha condotto alla sofferenza più drammatica.

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E poi i capitelli di quei monasteri romanici, di quei chiostri e chiese, nelle quali le figure si moltiplicano, si contorcono per esprimere eventi, emozioni, nei quali ogni cosa è corretta, perfino la deformazione, perchè ogni cosa ha un senso simbolico che travalica la realtà, che ne esplicita in qualche maniera la vera natura e la sua contorsione cosmica. Certo, per noi oggi queste immagini sono quasi incomprensibili e solo un’attenta conoscenza produce una comprensione. Ma il fascino, la bellezza rimangono.

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Questioni del cazzo

L’adolescenza maschile è accompagnata a volte da un certo timore: che la propria virilità venga misurata piuttosto che in ciò che davvero vale, attraverso il conteggio dei centimetri di quell’appendice tutta maschile della quale non è necessario scrivere il nome (avete tutti già capito, visto che sta nel titolo ;-).

Detto questo, per molti anni della mia vita ho pensato che tale problematica fosse collegata appunto all’età adolescenziale.

Fino al viaggio a Barcellona.

Lì ho compreso che non è proprio così. La lunghezza è oserei dire un concetto filosofico. Più si ha lungo, più è possibile avere delle possibilità alternative. E tale interesse non riguarda solo gli uomini, ma anche le donne.

Come novelle geishe (ed escort nel caso degli uomini), esse/i tengono in mano l’oggetto del loro desiderio, che prima piccolo, viene poi allungato con gesti decisi, netti, poderosi, fino a raggiungere il massimo della sua possibilità.

E’ con una sorta di devozione che esso viene toccato, come se non ci fosse nulla di più bello di quell’oggetto, come se solo quella cosa così miracolosamente allungabile avesse un significato che oltrepassi il senso stesso del suo uso.

E’ così che l’asta viene avvicinata al volto, nuovamente allontanata, sistemata e poi finalmente lo guardo trasognato, ammiccante, gaudente, prelude al massimo godimento, ad un orgasmo.

I gesti sempre uguali, sapienti, si compiono da soli, in gruppo, scambiandosi, in orge collettive di rara libertà. Ed al centro è sempre quel coso, meraviglioso, lungo, potente.

Infine giunge l’attimo atteso, desiderato, voluto, l’estensione è massima, il desiderio urge, gli occhi brillano e…

Click.

Parte la foto, con un cosino wi-fi abilmente nascosto in mano.

Ovviamente, per chi non l’avesse capito ancora, stiamo parlando dei bastoni da selfie. Perchè d’altronde si sa. Più è lungo, più si viene meglio 😉

I cieli di Barcellona

Il cielo di una città è spesso evocativo, rappresentazione del sentire della sua gente e del suo carattere, dell’orizzonte. Il cielo di Barcellona non fa differenza. Il suo azzurro meraviglioso, i suoi passaggi di nuvole, che oserei dire quasi oceanici, le sue coperture profonde, soprattutto al mattino, sono come l’immagine di questa città che ha visto luci e profondissime ombre, che quasi si confonde con il mare al quale appartiene, ma che d’altro canto rimane ancorata alla terra. Alla sua terra ed alla sua diversità, rispetto al contesto spagnolo in cui si trova.

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Il cielo di Barcellona è mutevole. In un solo giorno possono avvicendarsi nubi ed un sole da spaccare le pietre, vento leggero che rende il cielo rapidissimo e calma piatta da boccheggiare.

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La sua caratteristica, però, è l’azzurrità. Non sarebbe comprensibile la ricchezza modernista senza questo cielo meraviglioso. Non sarebbe comprensibile la ricchezza della ricerca della luce in Gaudì senza questo splendore, senza questo continuo riflettersi del cielo sul mare e negli sguardi delle persone, od il suo apparire nelle strade strette de “Ell Cal”.

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E’ così Barcellona. Continuamente uguale e diversa insieme. Stabile e mutevole come il suo cielo. E’ così Barcellona. Ed è così il suo cielo. Meraviglioso e sfuggente.

Il senso della Sagrada, il mistero di Gaudì

C’è un mondo. E ce n’è un altro. C’è un mondo che è il nostro. E ce n’è un altro. Un mondo che solo i visionari possono vedere, un mondo che solo radici profonde possono generare. C’è la vita. E c’è la Vita, che quando afferra trasforma l’uomo e gli permette di vedere l’invisibile nascosto nel visibile e di renderlo manifesto, di trasformare la materia in spirito assoluto, in elevazione, in visione. Entrare nella Sagrada Familia ha significato piangere. Piangere per la gioia di essere ammesso alla visione. Per un attimo i muri si smaterializzano e ci si trova nella luce, in quella luce che non è purezza cristallina, ma colore, immersione nello spazio dell’iride, nella sua immensa profondità.

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Gaudì non è un modernista. Gaudì è un mistico. E’ il punto più alto e contemporaneamente il punto più critico del modernismo. La sua esperienza non è significata dalla conoscenza dell’architettura, ma dalla conoscenza della Luce e dalla estrema capacità di rendere la luce carnale, di trasformarla in materia viva. La Sagrada è solo l’apogeo di un percorso che si trasverbera di già nell’intuizione di casa Guell, dove il percorso metaforico dagli inferi al cielo, diviene spazio reale, con un tetto “bucato” per apparire come un cielo stellato. O ancora della famosissima (e purtroppo fin troppo modaiolamente turistica) Casa Batllò, dove l’immersione è nelle acque battesimali, spinte al punto da diventare luce possente che dal cielo si irradia verso il basso, distruggendo qualsiasi creatura della notte. La Sagrada è il frutto di una fede, di una fede intensissima, che costruisce archi catenari non solo per alleggerire qualsiasi peso, ma perchè nell’arco catenario è nascosto il senso del “come in cielo così in terra”.

La Sagrada è l’espressione massima ed incompiuta di questo genio, che risveglia il senso dell’opera comunitaria, che genera un progetto senza definirlo, che costruisce definendo sapendo che la sua opera verrà portata avanti da altri, quando ancora la tecnica per farlo non esiste. La Sagrada è un enorme percorso che innalza al cielo, che spinge lo sguardo non verso  la sua immensità verticale, ma oltre, direttamente verso il cielo, che penetra con la sua presenza perfino il tetto.

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Sbaglia chi entra in Sagrada pensando di entrare in una chiesa, per quanto bella. Chi entra in essa viene ammesso direttamente alla visione, ad un’estasi talmente potente che nemmeno l’inutile cicaleccio dei turisti riesce a spegnere. Viene ammesso direttamente a ciò che sarà, alla fede che vivrà, alla speranza che essa esplicita. Speranza per la quale la luce, un giorno, invaderà ogni cosa, passando attraverso la materia come i raggi del sole attraversano una foresta immensa. Gaudì fu un uomo nella sua piena maturità di mistico.
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La sua opera è espressione di questa intensità, di questa bellezza, con la quale egli vedeva il mondo. Le facciate della chiesa, pur bellissime, non esplicitano l’immenso spazio dell’interno. Il suo genio in realtà non era un genio semplicemente umano, ma espressione di uno spirito assoluto, di una trasverberazione di grazia che ogni giorno diviene sempre di più esperienza esistenziale, fino alla fine, realmente mistica, in quel corpo lacerato da un tram che nessuno riconosce. In quel corpo da povero le cui fattezze nessuno riconobbe e che proprio per questo non potè essere salvato dalla morte. Ma in fondo Gaudì, a quel tempo, non esisteva più. La sua vita era nella sua opera. E la sua opera non era null’altro che l’espressione della Luce.