…e poi il calore del colore…

E per ultimo la corporeità, la carnalità è anche colore, emozione, comunicazione. Il corpo parla, si rende presente, si manifesta in azioni, odori, umori… la corporeità, la carnalità è in fondo la contraddizione cristiana, il non senso, l’assoluta distruzione di qualsiasi metafisica dualistica. Solo un’interpretazione platonica o gnostica può distinguere in modo geometrico tra il corpo e l’anima, perchè l’uno non esiste senza l’altra. E c’è un paradosso nel cristianesimo. Dio, se c’è, ha un corpo. Non perchè l’abbia avuto da sempre. Ma perchè ad un certo momento l’attrazione dell’amore per la sua creazione, lo ha attirato in esso. Ed allora Dio ha avuto lacrime. Dio ha avuto un odore. E la carne è diventata Salvezza. E fuori di essa non c’è più nulla.

Bianco e nero

La carne è chiaro-scurale. Ammette alla visione dell’anima, ma contemporaneamente la nasconde. La rende visibile celandola. Il corpo è come il Bianco e Nero che presuppone il colore, ma senza che in realtà ne vediamo i bagliori (eppure sappiamo, percepiamo la sua intensa presenza)…

Lacustre (2)

Ancora qualche parola sulla bellezza della carne, sul sovrappopolamento di emozioni che genera, nel suo godere come nel suo dolere. Perchè anche questa è una possibilità reale.

La carne soffre. Le malattie, i disagi interiori, i silenzi.

La carne non è solo il luogo della manifestazione dell’amore, ma anche della sofferenza, di quel dolerci che ci rende così umani e diversi dalla divinità, fino alla contraddizione cristiana, quando il dolore ha deflorato lo spazio del divino.

E’ in essa che si consuma l’esanimento. E’ in essa che si manifesta la compagnia della vecchiaia ed infine l’aggressione della morte. Eppure c’è un senso in ogni ruga, c’è un significato in ogni piccolo pezzo di vita che si incide sul volto. Perchè la carne, anche nel suo crollare, nel suo lento sfaldarsi, ha una sua dignità, perfino nell’aggressione di una malattia, di un dolore devastante.

Ed è qui che forse sta il segreto del fidarsi della nostra carnalità e del lasciarla andare, di non tenerla a tutti i costi stretta tra le mani come un possesso. Forse è qui la fiducia non in una medicina che tende a conservare in esistenza ma non nell’esistente: nel lasciarsi andare. Perchè sia la pace. E poi il silenzio.

Nel quale non possiamo che sostare, attendendo di essere toccati dall’ultimo raggio di sole o dall’ultimo riflesso di luna che rimbalza sul lago freddo d’inverno…e che già (lo senti?) si apre alla primavera.

 

Ciò che narra una donna

La fisicità femminile è spesso esposta, logorata, infranta.

Eppure non c’è nulla di più misterioso di quella relazione che intercorre tra il corpo della donna e la vita, tra la sua sensibilità verticale e l’orizzontalità della sua visione.

Fotografare una donna, una “signora”, significa cercare la sua bellezza, che non è molto semplicemente quella estetica, ma piuttosto quella che vive nelle profondità, nei luoghi inaccessibili che costituiscono la sua anima ed in fondo il suo segreto.

Si può intervenire su di un volto, ma non si può intervenire su una storia. Ed è lì, proprio in questo interstizio che è necessario trovarsi per trasformare una foto che potrebbe essere banale, in una manifestazione carnale di un’anima.

La bellezza di Sara, che mi ha donato il privilegio di fotografarla, non si ritrova semplicemente nella sua freschezza, ma nella sua profonda femminilità che traluce dalla schiettezza dal sorriso, ma anche da quello sguardo, immediato, profondo, capace di leggere ed ordinare.

La carne di una donna, in fondo, è molto più che la sua storia. E’ l’interpretazione di essa. In questo il suo fascino. Ed a volte, la sua condanna.

 

Dicembre (prima della fine)

Dicembre è un mese pagano, dedicato a quell’immagine falsa e storpiata del Natale che si manifesta in pubblicità e vetrine, perdendo di vista il senso della “carne” che invece ne caratterizza le profondità.

In effetti nel mondo intorno a noi (già dalla fine di settembre a dire il vero) tutto si muove e si “traveste” di mellifluo e buonista spirito natalizio.

Anche questo blog non si sottrarrà (apparentemente) all’impegno di giocare tra riflessi, addobbi e luci. Ma lo farà nel momento opportuno (dal 16 in poi, perchè le date in kalosf, hanno sempre, o quasi, una ragione).

I primi quindici giorni del mese, invece, saranno dedicati ad articoli sparsi (solo uno al giorno), contenenti gallerie fotografiche. Ciascuna di esse sarà un sunto di emozioni, un particolare stato d’animo. Forse è la prima volta che accade in questo blog, poichè non ho mai molto apprezzato le gallerie  (mi sembra non aiutino chi guarda a godere del singolo scatto ed è per questo che le ho usate solo nel caso dei Reinvention, dove le foto erano già viste). Come al solito lascio a voi il giudizio.

…ed ovviamente vi abbraccio, tutti e ciascuno, con una fotografia di maternità che trovo immensamente calda e che mi da molto il senso dei sentimenti che spero in questo mese di trasmettervi attraverso le fotografie di Kalosf.

Buon dicembre. E che sia “nella carne”. Incarnato. IMG_9984

Il Regno delle Dodici Porte (2)

Inizialmente il Regno era un luogo disabitato, ma la vicinanza con il Lago della Luce e quei margini luminosi, iniziarono ad attrarre abitanti. Poche famiglie si stabilirono nel perimetro e lentamente iniziarono a costruire delle mura. Che si ricordi, nonostante i confini splendessero, le mura originarie erano molto più piccole e fragili di quelle che successivamente circondarono il Regno. Allora non era stata ancora donata la profezia alla Città, né coloro che vi abitavano sapevano dei custodi che si sarebbero succeduti e del Pellegrino che infine sarebbe giunto. I tempi dei quali le cronache narrano sono tempi lontanissimi e la leggenda si confonde con la storia e questa con il mito.

18 lunghi secoli passarono dalla fondazione del Regno, quando finalmente si iniziò la costruzione delle mura perimetrali e la loro istituzione si deve a colui che viene chiamato il Padre. Egli con un lavoro durato 90 anni edificò le mura e le fece massicce, chiudendole con 12 porte preziose. Per ogni porta piantò un diverso fiore che ne custodisse l’ingresso e l’uscita. Una sola non chiuse, quella che si sarebbe chiusa a suo tempo con il Fiore della Vita e della Morte.  

 

Il Regno delle Dodici Porte (1)

All’inizio, quando il mondo non esisteva e solo il Silenzio governava sul nulla, la Luce rifulse ed era lo Splendente, lo Splesso e lo Splendore. In un solo momento, in uno sfolgorio abbagliante ogni cosa venne creata. E tutto risplendeva della Luce senza che questa potesse attutirsi.

Fu allora, in quel momento che il Regno delle Dodici Porte venne generato nella luce. Ma i tempi millenari dovevano passare prima che esso prendesse una forma. Ai tempi della sua fondazione lo Splesso era già venuto al mondo da quasi due millenni ed ancora si narravano le sue gesta e del suo incontro con Hertom sul colle più alto.

I concreatori  del Regno furono, secondo le più antiche fonti affidate alla memoria degli uomini, Elco ed Alle. Essi erano giunti dopo un lungo camminare alle sponde del Lago della Luce. Erano passati 70 anni da quando avevano iniziato il cammino e nel momento in cui arrivarono sulle sponde del Lago, seppero che quello era il luogo dove edificare il Regno delle Dodici Porte. Allora essi non avevano coscienza di quello che esso sarebbe stato, non ne pensavano la storia. Le cronache più antiche raccontano che essi posero una pietra al centro del perimetro che disegnarono con l’Acqua del Lago di Luce. E finito il loro compito svanirono, così com’erano giunti.

 

Gli anni, i giorni

E’ tutto molto complesso eppure infinitamente semplice quando si guarda alla propria vita. Scrivevo qualche tempo fa, in un articolo, che “l’emozione di riguardarsi mentre le rughe iniziano a solcare il volto, mentre la vita raggiunge la sua pienezza ed inizia il suo lento declino è un atto di coraggio”. Scrivendolo in qualche modo pensavo già a questo post.

Non è immediato confrontarsi con l’avanzare della vita e delle sue suggestioni. Il tempo delle trappole sentimentali, ma anche degli istinti potenti è finito. Rimane il senso di quello scorrere leggero, di quell’andare verso il mare che non prevede carenza di scossoni, ma fluidità di movimento. Il bambino, il giovane corre imperioso, la maturità impone un movimento più lento, piuttosto una danza, una sorta di passo misurato. Ed è così che la vita scivola via leggera, mentre si corre tra un pensiero e l’altro, tra un lavoro che oggi c’è e domani chissà, tra le relazioni che invecchiano o nascono, ringiovaniscono o giungono alla loro conclusione.

E’ a suo modo uno spettacolo quello al quale partecipo. Uno spettacolo nel quale sono attore, comparsa e contemporaneamente anche spettatore. Mi guardo e guardo. Sto in poltrona in prima fila ed anche in loggione e sono pure sul palcoscenico a recitare le battute che mi sono date. A volte entro anche fuori tempo, ma va bene lo stesso. In questo teatro non c’è una seconda possibilità. Si gioca la scena nel momento in cui essa avviene. E non importa se di colpo, con un effetto speciale, comincia a piovere e ti trovi bagnato come un pulcino e non importa nemmeno se magari di colpo si apre una botola e rotoli dentro e ti ritrovi nel buio.

Questo spettacolo è il migliore di tutti i tempi perchè è il tuo. E nessuno lo reciterà come te, come mai nessuno prima di te l’ha potuto recitare. Non è più il tempo di cercare la perfezione nella recitazione, non c’è più nemmeno la ricerca di quelle modalità di conquista ruffiana del pubblico a tutti i costi. Ma no. Lo spettacolo lo vede con te chi vuole. Chi vuole entra in scena, che ti piaccia o non ti piaccia. Certo qualche altro attore puoi anche farlo uscire dal palco e qualche spettatore maldestro puoi allontanarlo. Ma il teatro è aperto a tutti. E tutti possono partecipare come spettatori o recitanti.

Perchè in fondo non sai nemmeno se stai recitando sul tuo palco o su quello di qualcun’altro. E infine ti chiedi magari se non siamo tutti attori e spettatori ospiti di un teatro non nostro. Ma si va avanti a recitare fin quando scende la sera. Allora le luci che restano sono solo quelle artificiali ed il trucco è diventato più pesante sul volto. Adesso sono le rughe ad essere disegnate, i capelli vengono spruzzati di borotalco. E tu capisci che è quasi ora del sipario.

Chi deciderà quando calerà il sipario? Chi deciderà il momento? Ma che importa. Il teatro è vita. Il sipario scenderà quando sarà il momento giusto. Mi sono sempre fidato del regista. Certo è un regista un pò strano a volte sembra assente, ma poi, tac, al momento giusto è lì, perfino con il suo suggeritore. E allora che importa quando cadrà il sipario. Esso scenderà con eleganza, come si deve ad un sipario prezioso. E le luci si spegneranno. Tutte insieme.

Ed allora posata la maschera, spenta ogni cosa, finalmente si potrà riposare.

“Venghino Signori, lo Spettacolo è iniziato da 40 anni”

Lifted me up, and watched me stumble
After the heartache, I’m gonna carry on
Living for love
Living for love
I’m not giving up
I’m gonna carry on
Living for love
I’m Living for love
Not gonna stop
Love’s gonna lift me up