Il senso del mar

Barcellona, come tutti certamente sapete, conserva al suo interno uno dei quartieri medievali meglio conservati d’Europa. E’ il così detto Barri Gòtic. Tempo strano quello del Gotico. Dalla possenza del Romanico (molto presente per altro in Catalogna), si passa alla leggerezza. L’invenzione degli archi rampanti (poi superati da Gaudì solo nel XX secolo), consente di elevare i muri, di forarli con enormi finestroni, di permettere allo sguardo di elevarsi verso il cielo. Il gotico, che non è solo espressione religiosa, ma manifestazione del genio di una società, ha questa caratteristica: superarsi. In modo continuo, estremo.

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In Catalogna, il gotico, non diviene però sublimazione eterea (alla francese, per capirci), ma mantiene una sua violenta orizzontalità. Le chiese non sono solo verticali, restano anche fortemente ancorate alla terra nella loro orizzontalità, quasi a manifestare la concretezza di un popolo, il suo estremo legame con la terra. Il Gotico di Barcellona non è in se stesso, purissimo. Mani di architetti del XIX secolo hanno completato quello che era stato lasciato incompiuto nel tempo delle Cattedrali (la facciata della Seu, la cattedrale, ne è un esempio), ma anche questo corrisponde ad un’idea propria degli uomini di quel tempo: l’opera non appartiene ad una generazione, è piuttosto il precipitato dell’esperienza di una fede che si estende nei secoli, che si manifesta nella diversità.

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Barcellona offre perciò un gotico prezioso, che diviene anche espressione del coraggio di un popolo. Penso solo allo splendore di Santa Maria del Mar, una chiesa costruita in pochissimi anni (per gli standard del tempo), perchè gli scaricatori del porto si erano impegnati a portare essi stessi le pietre. E dobbiamo immaginarlo questo splendore in mezzo alle casupole, subito visibile dal mare. Santa Maria del Mar è come il desiderio fatto pietra del ritorno a casa, l’ultima elevazione della città ad essere vista allontandosi dalla costa e la prima edificazione aerea visibile tornando. La Stella del Mare, appunto. La Stella che conduce. La bellezza della chiesa, la sua elevazione, la sua luce sentono ancora di quegli sguardi, di quelle voci, di quella dimostrazione non solo di potere (edificare quella chiesa, mentre poco distante veniva edificato il duomo, espressione del clero e della nobiltà, era anche affermazione di libertà, di presenza sociale, di potere economico), ma soprattutto di fede. Entrare in Santa Maria del Mar è trovarsi in uno spazio possente (molto diverso dalla Sagrada di Gaudì), concreto. La pietra è pietra, che non viene mitigata dalla luce, ma assume una sua forma attraverso di essa e la scarsità di opere successive (presenti invece nella Cattedrale), ne mette in evidenza tutta l’armoniosa vastità, dove lo sguardo corre verso il centro, verso il luogo del sacrificio, culmine di un processo di attrazione che viene addolcito dalla statua della vergine, che appare persino piccola dinanzi all’elevazione della Cattedrale. E’ però uno spazio nel quale non ci si perde. I vettori mistici non travalicano la realtà, ma al contrario la sottolineano, la rendono concreta, come concreti erano gli uomini che la costruirono, caricandosi il peso delle pietre sulle spalle pur di vederela elevare verso il cielo. Pur di poter, tornando dal mare e dai suoi pericoli, lasciarsi condurre dalla dolcezza di un luogo amato, espressione della fede, non solo nel cielo (verticalità), ma pure nella terra, nel lavoro delle proprie mani (orizzontalità). Santa Maria del Mar, come il gotico di Barcellona, non è espressione di una mistica (come la Sagrada), ma manifestazione di un’ascesi. Non è visione, ma incontro che prelude ad essa, restando fortemente ancorato alla realtà.

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La pazienza del Romanico

Il romanico non è presente massicciamente a Barcellona. Lo è nella sua regione. Eppure, lo trovi quanto meno te lo aspetti, non solo nei grandi musei, ma anche in quelli “piccoli” (“piccoli” perchè non troppo conosciuti, non per la ricchezza delle collezioni). E’ chiaro che se si vuole avere un’idea della bellezza del Romanico Catalano si deve necessariamente andare a visitare  il “Museu Nacional d’Art de Catalunya“, nel quale è raccolta la più grande collezione di affreschi romanici del mondo (strappati dalle chiese e risistemati lì nella stessa posizione originaria). Ma anche un “piccolo” museo come il “Frederic Marés” ha davvero molto da dire, soprattutto in merito alla statuaria romanica. Questo museo, sul quale mi soffermerò un attimo, ha anche un altra particolarità. Esso contiene il così detto “Gabinet del col.llecionista“, una stranissima accozzaglia di collezioni. E’ ovvio Frederic Marès, il personaggio poliedrico che l’ha desiderato e voluto, aveva una sua logica, ossia conservare ed esporre la cultura catalana del sec. XIX, ma la sensazione, quando ci si trova in quelle stanze, è dell’ossessione del raccogliere, dell’ossessività del collezionare. Ventagli, carte, acquasantiere, oggettistica varia, biglietti dell’autobus, cartoline sono solo alcune delle possibili “cose” che si possono trovare. Ma, credetemi, ci sono molte più cose di quelle che si potrebbe immaginare.

Il titolo di questo post, però, mi induce a parlarvi di qualcosa di diverso, ossia della “pazienza del Romanico”. Il Gotico (periodo artistico successivo), si sa, è elegante, slanciato, impostato sulla verticalità. Il Romanico invece è possente, orizzontale, le figure sono stravolte quasi, in un’esasperazione dei modelli bizantini. Eppure hanno una bellezza sconvolgente, che richiama sentimenti profondi, espressionisti. Purtroppo le fotografie da me scattate, ovviamente (e giustamente per la conservazione delle opere d’arte) senza flash, non risultano chiarissime, ma rendono molto bene quello che man mano vi sto raccontando.

Ad esempio il gesto di dolore di questa madonna, questa mano che va a cercare l’altra quasi a sostenere il peso del dolore, quasi ad equilibrarsi o il volto meraviglioso e paziente di questo Cristo (che ricorda moltissimo il Volto Santo di Lucca, anch’esso del medesimo periodo), quegli occhi sottolineati, la bocca che è quasi un taglio sul volto, quasi un “emettere lo spirito”, nonostante l’iconografia sia quella del Cristo già vittorioso sulla morte. Ecco questi esempi rendono l’idea della meraviglia del romanico.

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Ed ancora questa “Maestà”, questo inizio apocalittico del Giudizio universale. Questo Cristo che domina, mentre tutta la creazione terrestre e celeste converge verso la mandorla (immagine dell’eternità) sul quale è posto il Trono. E’ il Risorto vittorioso, ma è anche il Cristo Giudice, i cui occhi scrutano tutto intero l’universo, ormai non più nelle sue infinite possibilità, ma nel suo compimento, che poi è egli stesso. Giudice Terribile che ritroviamo anche nel crocifisso senza braccia. Terribile ma misericordioso, la cui corona non esplicita semplicemente maestà, ma anche assoluta vittoria sul cosmo e sul male, acquistata in forza di quell’amore che lo ha condotto alla sofferenza più drammatica.

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E poi i capitelli di quei monasteri romanici, di quei chiostri e chiese, nelle quali le figure si moltiplicano, si contorcono per esprimere eventi, emozioni, nei quali ogni cosa è corretta, perfino la deformazione, perchè ogni cosa ha un senso simbolico che travalica la realtà, che ne esplicita in qualche maniera la vera natura e la sua contorsione cosmica. Certo, per noi oggi queste immagini sono quasi incomprensibili e solo un’attenta conoscenza produce una comprensione. Ma il fascino, la bellezza rimangono.

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Il senso della Sagrada, il mistero di Gaudì

C’è un mondo. E ce n’è un altro. C’è un mondo che è il nostro. E ce n’è un altro. Un mondo che solo i visionari possono vedere, un mondo che solo radici profonde possono generare. C’è la vita. E c’è la Vita, che quando afferra trasforma l’uomo e gli permette di vedere l’invisibile nascosto nel visibile e di renderlo manifesto, di trasformare la materia in spirito assoluto, in elevazione, in visione. Entrare nella Sagrada Familia ha significato piangere. Piangere per la gioia di essere ammesso alla visione. Per un attimo i muri si smaterializzano e ci si trova nella luce, in quella luce che non è purezza cristallina, ma colore, immersione nello spazio dell’iride, nella sua immensa profondità.

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Gaudì non è un modernista. Gaudì è un mistico. E’ il punto più alto e contemporaneamente il punto più critico del modernismo. La sua esperienza non è significata dalla conoscenza dell’architettura, ma dalla conoscenza della Luce e dalla estrema capacità di rendere la luce carnale, di trasformarla in materia viva. La Sagrada è solo l’apogeo di un percorso che si trasverbera di già nell’intuizione di casa Guell, dove il percorso metaforico dagli inferi al cielo, diviene spazio reale, con un tetto “bucato” per apparire come un cielo stellato. O ancora della famosissima (e purtroppo fin troppo modaiolamente turistica) Casa Batllò, dove l’immersione è nelle acque battesimali, spinte al punto da diventare luce possente che dal cielo si irradia verso il basso, distruggendo qualsiasi creatura della notte. La Sagrada è il frutto di una fede, di una fede intensissima, che costruisce archi catenari non solo per alleggerire qualsiasi peso, ma perchè nell’arco catenario è nascosto il senso del “come in cielo così in terra”.

La Sagrada è l’espressione massima ed incompiuta di questo genio, che risveglia il senso dell’opera comunitaria, che genera un progetto senza definirlo, che costruisce definendo sapendo che la sua opera verrà portata avanti da altri, quando ancora la tecnica per farlo non esiste. La Sagrada è un enorme percorso che innalza al cielo, che spinge lo sguardo non verso  la sua immensità verticale, ma oltre, direttamente verso il cielo, che penetra con la sua presenza perfino il tetto.

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Sbaglia chi entra in Sagrada pensando di entrare in una chiesa, per quanto bella. Chi entra in essa viene ammesso direttamente alla visione, ad un’estasi talmente potente che nemmeno l’inutile cicaleccio dei turisti riesce a spegnere. Viene ammesso direttamente a ciò che sarà, alla fede che vivrà, alla speranza che essa esplicita. Speranza per la quale la luce, un giorno, invaderà ogni cosa, passando attraverso la materia come i raggi del sole attraversano una foresta immensa. Gaudì fu un uomo nella sua piena maturità di mistico.
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La sua opera è espressione di questa intensità, di questa bellezza, con la quale egli vedeva il mondo. Le facciate della chiesa, pur bellissime, non esplicitano l’immenso spazio dell’interno. Il suo genio in realtà non era un genio semplicemente umano, ma espressione di uno spirito assoluto, di una trasverberazione di grazia che ogni giorno diviene sempre di più esperienza esistenziale, fino alla fine, realmente mistica, in quel corpo lacerato da un tram che nessuno riconosce. In quel corpo da povero le cui fattezze nessuno riconobbe e che proprio per questo non potè essere salvato dalla morte. Ma in fondo Gaudì, a quel tempo, non esisteva più. La sua vita era nella sua opera. E la sua opera non era null’altro che l’espressione della Luce.

Un viaggio a Barcellona

Descrivere una città significa legarsi ad un sentire. Ad un certo modo di essere. Questo ed i post che seguiranno, sono una sorta di diario di viaggio, non ordinato, ma piuttosto impressionistico. Immagini e parole si confonderanno come si sono confuse dentro di me in modo irreversibile. In alcuni casi descriverò più quello che ho sentito, piuttosto che quello che ho visto. Non ci sarà dentro “tutto”, ma solo quello che mi ha veramente colpito e spero anche, con alcuni post, di farvi sorridere. Una notazione tecnica. Nei prossimi articoli, il buon kalosf non apparirà, perchè le foto che troverete, non hanno subito alcuna modifica dovuta ai filtri. Sono così come le ho scattate con una macchinetta da quattro soldi che mi è stata prestata (invece del solito iphone). Ciò significa che per un caso rarissimo, sia gli scritti (come di solito), che le foto saranno di Sandro…(chissà se Kalosf vi mancherà alla fine… Lui di questa cosa è rimasto offesissimo…).

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Detto questo, perciò, andiamo ad iniziare…

Cos’è Barcellona? A primo acchito direi che è un affastellamento, di persone, odori, luoghi, stili. La prima immagine che ne ho avuto è stato di una città moderna, estrema ed altamente turistica. Reinventatasi quasi per i turisti. Perfino posticcia. Pulita, ordinata, con un dispiegamento di forze di polizia a difesa del turista che mi ha ricordato un momentino i miei viaggi in Egitto (ma immagino la pericolosità dei luoghi fosse ben diversa). E soprattutto “piena”. “Piena” di umanità, piena di uomini e donne, molti italiani, ma davvero uno spaccato dell’universo umano. Belli, brutti, giovani, vecchi, tutti un pò barcellonesi, tutti un pò in cerca di uno sguardo, un luogo, un compiacimento. Le file dinanzi ai monumenti “storici” e “modaioli” non lasciavano scampo. Quanti poi veramente intuissero cosa avessero dinanzi agli occhi… Bè, questa è tutta un’altra questione.

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La mia presenza a Barcellona ha coinciso, per altro, con un festival internazionale legato al mondo Lgbt “Circuit”, per cui, se possibile, le presenze in città erano in quei giorni moltiplicate ed in un modo estetico del quale avrò modo di raccontarvi al momento opportuno. Per intanto vorrei sentiste con me l’odore di umanità, il colore, il gusto di umanità di questi tredici giorni, perchè in fondo Barcellona è innanzi tutto un carnaio. Un luogo nel quale la carne assume un senso originale, nei suoi eccessi come nella sua normalità. Non si passa da Barcellona senza averne percepito la carica fisica, il sentore di “umaneria” dalla quale si viene circondati.  Una carica che diventa estrema spiritualità quando ci si incontra con la trasverberazione del mondo fisico… Ma anche di questo avremo modo di parlare a suo tempo. Buon viaggio con Kalosf, perciò. Allacciate le cinture, si parte!

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