Lacustre (2)

Ancora qualche parola sulla bellezza della carne, sul sovrappopolamento di emozioni che genera, nel suo godere come nel suo dolere. Perchè anche questa è una possibilità reale.

La carne soffre. Le malattie, i disagi interiori, i silenzi.

La carne non è solo il luogo della manifestazione dell’amore, ma anche della sofferenza, di quel dolerci che ci rende così umani e diversi dalla divinità, fino alla contraddizione cristiana, quando il dolore ha deflorato lo spazio del divino.

E’ in essa che si consuma l’esanimento. E’ in essa che si manifesta la compagnia della vecchiaia ed infine l’aggressione della morte. Eppure c’è un senso in ogni ruga, c’è un significato in ogni piccolo pezzo di vita che si incide sul volto. Perchè la carne, anche nel suo crollare, nel suo lento sfaldarsi, ha una sua dignità, perfino nell’aggressione di una malattia, di un dolore devastante.

Ed è qui che forse sta il segreto del fidarsi della nostra carnalità e del lasciarla andare, di non tenerla a tutti i costi stretta tra le mani come un possesso. Forse è qui la fiducia non in una medicina che tende a conservare in esistenza ma non nell’esistente: nel lasciarsi andare. Perchè sia la pace. E poi il silenzio.

Nel quale non possiamo che sostare, attendendo di essere toccati dall’ultimo raggio di sole o dall’ultimo riflesso di luna che rimbalza sul lago freddo d’inverno…e che già (lo senti?) si apre alla primavera.

 

Lacustre

La carne poi è trasverberazione.

E’ possibilità.

Essa in fondo, non è sostanza in se stessa, ma apparenza di un qualcosa che sfugge. E non mi riferisco qui all’anima (la carne non è sottomessa all’anima, nè l’anima, qualora esistesse, alla carne), ma a ciò che è il destino della carne.

La grande contraddizione della morte non è infatti l’ultima parola dell’esistente. Il corpo ha un’attesa che lo supera. La sua grandezza non sta nel suo frantumarsi e devastarsi tra le zolle di un silenzioso pezzo di terra.

La speranza della carne è più violenta. E’ immensa. Essa, ogni cellelula, ogni pezzo di DNA sa che la vita non si conclude, che è chiamata, calamitata verso un qualcosa di diverso, non di “eterno” ma di “esistente”. Un prototipo.

La carne è divina. La sua coscienza è la percezione della propria divinità. Iscritta profondamente nel suo esserci nel mondo.

Queste foto, rappresentano allora ancora il superamento della realtà a favore dello spazio della bellezza e della possibilità del nostro camminare carnale nell’Esistente, rendendolo in qualche modo, visibile.

Spazi di azzurrità

Quando si pensa a qualcosa di carnale si giunge immediatamente alla relazione stabile tra due persone. La carnalità viene in qualche maniera associata ad una fisicità sessuale, dimenticando che essa è invece cifra di qualsiasi rapporto umano. Forse, ad esempio, che il rapporto tra una madre ed un figlio non sia un rapporto carnale? O forse che non lo sia quello tra due amici?

Ecco, l’amicizia è forse uno dei rapporti più carnali dati all’uomo. Il gesto nell’amicizia è veloce, naturale, immediato. Un amico vive l’altro come se ci fosse sempre stato, come se conoscesse gli interstizi della sua anima in modo aperto, luminoso. E quando due amici comunicano lo fanno il corpo anche senza toccarsi mai, perchè le aperture e le chiusure, i silenzi e gli interventi si manifestano nel sorriso, nello sguardo, in quella calma che è espressione concreta di una complicità.

E’ per questo che l’amico è la persona amata. Ed è per questo che quando si celebra l’incontro tra gli amici, l’abbraccio è vera compenetrazione di mondi. Molto più di qualsiasi attività sessuale tra due sconosciuti.

Un suggerimento: questa galleria va guardata ben oltre l’apparenza, fino a vedere lo spazio grandissimo della relazione che nasconde.

 

 

Colloqui intimi

Che importerà se si farà tardi, questa sera. Il tempo sono solo le tue labbra, il mio tempo è il tuo respiro sul mio vuoto baricentrico. Ci siamo baciati mille volte, prima di baciarci. Siamo stati una brezza che sfiora, prima di essere sfiorati…

Lo volevo (lo volevi), ma era così, come un tremolio leggero di luce in una notte di nebbia… Fino a dove avrei potuto, fino a dove sarebbe stato possibile. Io e te e le nostre storie così borghesi ed il nostro bisogno di essere diversi da ciò che siamo. Io e te. La tua dolcezza, il mio estremo desiderio… Io e te, le tue titubanze e la mia passione. E poi in quel momento, il mondo che diviene convesso, l’occhio esistente ed io e te, noi, insieme.

Mezzora fuori dal mondo e dalle nostre storie.

Io e te.

Per mezzora il centro dell’universo.

Che importa… Solo mezzora ed è stata tutta una vita. Solo mezzora e noi….