Il senso della Sagrada, il mistero di Gaudì

C’è un mondo. E ce n’è un altro. C’è un mondo che è il nostro. E ce n’è un altro. Un mondo che solo i visionari possono vedere, un mondo che solo radici profonde possono generare. C’è la vita. E c’è la Vita, che quando afferra trasforma l’uomo e gli permette di vedere l’invisibile nascosto nel visibile e di renderlo manifesto, di trasformare la materia in spirito assoluto, in elevazione, in visione. Entrare nella Sagrada Familia ha significato piangere. Piangere per la gioia di essere ammesso alla visione. Per un attimo i muri si smaterializzano e ci si trova nella luce, in quella luce che non è purezza cristallina, ma colore, immersione nello spazio dell’iride, nella sua immensa profondità.

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Gaudì non è un modernista. Gaudì è un mistico. E’ il punto più alto e contemporaneamente il punto più critico del modernismo. La sua esperienza non è significata dalla conoscenza dell’architettura, ma dalla conoscenza della Luce e dalla estrema capacità di rendere la luce carnale, di trasformarla in materia viva. La Sagrada è solo l’apogeo di un percorso che si trasverbera di già nell’intuizione di casa Guell, dove il percorso metaforico dagli inferi al cielo, diviene spazio reale, con un tetto “bucato” per apparire come un cielo stellato. O ancora della famosissima (e purtroppo fin troppo modaiolamente turistica) Casa Batllò, dove l’immersione è nelle acque battesimali, spinte al punto da diventare luce possente che dal cielo si irradia verso il basso, distruggendo qualsiasi creatura della notte. La Sagrada è il frutto di una fede, di una fede intensissima, che costruisce archi catenari non solo per alleggerire qualsiasi peso, ma perchè nell’arco catenario è nascosto il senso del “come in cielo così in terra”.

La Sagrada è l’espressione massima ed incompiuta di questo genio, che risveglia il senso dell’opera comunitaria, che genera un progetto senza definirlo, che costruisce definendo sapendo che la sua opera verrà portata avanti da altri, quando ancora la tecnica per farlo non esiste. La Sagrada è un enorme percorso che innalza al cielo, che spinge lo sguardo non verso  la sua immensità verticale, ma oltre, direttamente verso il cielo, che penetra con la sua presenza perfino il tetto.

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Sbaglia chi entra in Sagrada pensando di entrare in una chiesa, per quanto bella. Chi entra in essa viene ammesso direttamente alla visione, ad un’estasi talmente potente che nemmeno l’inutile cicaleccio dei turisti riesce a spegnere. Viene ammesso direttamente a ciò che sarà, alla fede che vivrà, alla speranza che essa esplicita. Speranza per la quale la luce, un giorno, invaderà ogni cosa, passando attraverso la materia come i raggi del sole attraversano una foresta immensa. Gaudì fu un uomo nella sua piena maturità di mistico.
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La sua opera è espressione di questa intensità, di questa bellezza, con la quale egli vedeva il mondo. Le facciate della chiesa, pur bellissime, non esplicitano l’immenso spazio dell’interno. Il suo genio in realtà non era un genio semplicemente umano, ma espressione di uno spirito assoluto, di una trasverberazione di grazia che ogni giorno diviene sempre di più esperienza esistenziale, fino alla fine, realmente mistica, in quel corpo lacerato da un tram che nessuno riconosce. In quel corpo da povero le cui fattezze nessuno riconobbe e che proprio per questo non potè essere salvato dalla morte. Ma in fondo Gaudì, a quel tempo, non esisteva più. La sua vita era nella sua opera. E la sua opera non era null’altro che l’espressione della Luce.

La bellezza 3

(Il post che segue è il frutto di un’operazione di collage tra diversi, brevissimi, articoli usciti nei primissimi mesi di Kalosf il cui tema portante era la bellezza. La progressione numerica del titolo indica il loro ordine logico. I post sono corredati da fotografie che possono essere viste cliccando sulle prime parole di ogni paragrafo)

E’ oltre l’intenzione la bellezza. Come l’amore. Sorge silenziosamente dinanzi al senso interiore e conduce alla decisione. Non esiste un amore per il quale non si è deciso, come non esiste una bellezza (tale o ritenuta tale) per la quale non si sia modificata la visione della vita.

E’ proprio della bellezza avvolgere della sua presenza ogni cosa. Quando essa viene incontro, come l’amore, non consente una stasi, ma un’e-stasi, nella quale ambedue gli enti, la bellezza e la persona, si vengono incontro e si raggiungono. Ma solo la bellezza avvolge. All’uomo è dato solo di essere avvolto. Ed è qui che trova spazio la mistica.

In fondo la mistica non è null’altro che un incontro, la creazione di una relazione attraverso l’amore. Un incontro tra due entità diverse e simili al contempo, perchè nulla che sia sostanzialmente diverso, potrebbe mai incontrarsi. E nemmeno ciò che fosse sostanzialmente uguale, ché in quel caso sarebbe fusione. Ma la mistica della relazione non chiama alla fusione, ma all’individuazione, perchè quando la luce cade su un oggetto, non si fonde con esso, ma al contrario, illuminandolo, lo individua.

La mistica ha al suo fondamento la bellezza intesa come espressione dell’amore. Essa non chiama l’uomo ad ascendere, ma riconosce l’attrazione come fonte della relazione. Non è espressione di una ricerca affannosa, ma celebrazione dell’incontro e della relazione