Citazioni, aforismi e qualche incursione di Sandro

L’importanza del ricordare è una caratteristica dell’Autunno, poichè, mentre la natura abbandonandosi al suo sonno, lascia cadere le foglie nel crepitio del silenzio, assistiamo al procedere lento e inesorabile della morte (che esploderà di vita in Primavera). Lo sapete, ricordare significa etimologicamente “portare al cuore”, ossia tenere qualcosa laddove vivono gli affetti, l’amore. Ricordare, in questo caso, significa dare spazio alle parole ed alla saggezza degli altri, attraverso quel sunto meraviglioso che sono gli aforismi e le citazioni. Gli autori, i pensatori hanno dato voce ai sentimenti (positivi o negativi) degli uomini, li hanno sintetizzati, riassunti, cogliendone il senso profondo.

In questo mese, perciò, ho deciso di dedicare loro uno spazio, aggiungendo le foto di Kalosf, nella sua versione più classica. Molte di queste sono state scattate durante la Festa della Santa Croce di Corzano (Montisola). Riconoscerete questa tipologia di foto perchè riguarda i fiori, che non sono veri, ma di carta (eppure vedrete quanto siano belli). Altre foto man mano si sono aggiunte. Alcune, per chi mi segue su facebook, sono già state pubblicate lì, ma ho voluto che ritornassero anche sul blog, di modo tale da dare loro la giusta dignità (e poi Kalosf tiene molto al fatto che anche voi possiate vederle). Il mese di ottobre perciò sarà quasi un tempo meditativo, nel quale non usciranno moltissimi post, ma quelli che vedrete saranno, come dire, segnati dal silenzio, da parole che spero possano raggiungere il vostro cuore come hanno raggiunto il mio. Io stesso in questo mese, anche in vista di alcuni traguardi esistenziali, ho bisogno di un momento di pausa e revisione che vivrò con voi attraverso le citazioni e gli aforismi (alcuni saranno anche miei) e le foto di Kalosf (il quale non vedeva l’ora di tornare dopo che gli avevo preso il posto per qualche giorno). Buon ottobre, perciò, con sempre grande grande affetto.IMG_8799.JPG

(Ringrazio la mia amica Monica per aver concesso a Kalosf l’uso delle foto della sua nipotina, che Kalosf ha filtrato ed editato)

Quando la morte diviene bellezza

Barcellona ha un volto che in pochi conoscono ed è quello legato all’esperienza dei suoi cimiteri. L’ampliamento della città generò infatti il bisogno di costruire nuovi spazi per le sepolture. In particolare a distanza di breve tempo vennero creati il cimitero del Sud-Ovest (sul Muntjuic) e quello di Poblenou, vicino al mare. Il turista medio raramente si interessa a questa forma di arte, vuoi perchè la morte fa paura, vuoi perchè il tempo è sempre risicato…e poi si muore da per tutto allo stesso modo, giusto? In realtà la morte è espressione estrema dell’umanità. Non si riflette mai troppo sul fatto che il passaggio dalla bestia all’animale, sembra essere avvenuto nell’uomo, quando comincia a seppellire i suoi morti, a circondarli di attenzione, cosa che nessun animale, nemmeno i primati, fanno. La morte è paradossalmente l’esperienza di vita più profonda ed inattesa, il momento, forse l’unico, nel quale l’uomo si trova dinanzi alla sua verità. Ecco perchè visitare i cimiteri è sempre un modo per entrare in contatto con l’uomo, per comprenderne il senso profondo, per capire una società. Nei cimiteri di Barcellona, inoltre, proprio a causa della temperie culturale del periodo in cui furono immaginati e costruiti, si è concentrata una tale bellezza da lasciare sbalorditi. Alcune foto possono rendere l’idea, ma in fondo non mediare quel sentire che era pregno di una fede, di un’attesa.

Gli architetti erano liberamente posti al servizio non di un’idea, ma di un ideale e lo traducevano in opera, in affermazione. Per questo sono tantissimi le statue di angeli, con in mano una tromba (quella del risveglio), per questo raramente si osservano sculture nelle quali prevale il dolore.

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Piuttosto anche la forza della morte, che interrompe il percorso terreno, diventa dolcezza, immagine sublime di un distacco dalla terra che avviene con un bacio, con una leggerezza che solo il bello può incarnare.

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Passeggiare per i cimiteri di Barcellona è in realtà camminare i percorsi della dolcezza del distacco. Perchè quando ogni cosa è raccolta, quando ogni pezzo di vita è giunto al suo termine (di là dall’età o dal momento in cui si viene attratti alla Vita), lì ed allora si può partire, puntando lo sguardo diritto verso un cielo, pregno di attesa.

Ed in questa attesa, concludo anche la storia emozionale del viaggio a Barcellona. Spero vi siate divertiti e chissà, un pò stupiti. Lascio di nuovo il campo alle fotografie di  Kalosf ed un abbraccio…

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Il giardino del Re (un racconto per una persona amata)

Quando giunse in cime al colle era bellissima. Il suo vestito tessuto delle lacrime degli uomini risplendeva al sole. Il suo manto ricamato dal dolore delle donne, la avvolgeva nel suo buio. Era bellissima. lo era sempre stata. I suoi amanti non avevano età, poichè ogni uomo o donna o bambino o ragazzo, finiva tra le sue braccia quando ella bussava alle porte di una casa. Era la signora del mondo. Il suo dominio si estendeva per tutto l’universo e la temevano perfino negli angoli più sconosciuti della terra.

Quando ella decideva che i suoi passi si sarebbero volti verso questa o quella casa, immediatamente le porte si spalancavano. Inutilmente taluni si affaccendavano a tenerla fuori e la imploravano perché non entrasse. Il suo dominio era talmente potente ed i suoi messaggeri così forti, che nessun potere al mondo poteva resisterle.

Quel giorno il colle brillava al sole. Ed ella era lì. Attendeva. Per la prima volta non aveva dovuto andare a cercare il suo uomo. Egli stesso stava arrivando. La sua bellezza era diversa. Di lui si diceva che era il più bello tra gli uomini, ma il suo volto non aveva i tratti dell’apparenza, ma la sostanza della forza. I suoi occhi erano brillanti, come se da sempre fossero poggiati sull’eternità. Il suo mantello di porpora lo copriva. E non portava armi. Aveva con sé solo il silenzio.

Quando giunse sulla cima del colle, ella lo guardò. Lo osservò come si guarda qualcuno che si desidera da sempre. Lo scrutò con il medesimo desiderio che una preda sente per la sua vittima. Non lo amava. Ella non sapeva amare. Era stata generata come frutto dell’odio. Nel suo cuore non vi era alcuna forma di amore. Solo desiderio e fame. Insaziabile fame della carne degli uomini.

Il Re la guardava. Era fermo dinanzi a lei. Ed anch’ella lo guardava. Aveva immaginato che sarebbe arrivato scortato dalle sue guardie, che si sarebbe difeso, che qualcuno, forse anche un dio, sarebbe venuto a salvarlo. Ed invece no. Egli era lì. Fermo. Immobile. Una statua di Vita dinanzi a lei.

Lentamente ella avanzò. Il suo vestito frusciava ad ogni passo nel silenzio assoluto del Re il cui cuore batteva con forza. Le antiche profezie avevano decretato che il suo destino sarebbe stato in quell’incontro ma la Carne del Re, vera come quella di ogni uomo, fremeva.

La donna avanzava regalmente. Aveva dominato la storia. Il suo passo attraversava tutta intera la creazione. Lo guardava con un misto di curiosità e di derisione. Tutto qui? Era tutto qui quello che il Re poteva fare? Ma il Re taceva. La guardava. La fissava silenziosamente negli occhi.

Poi lei fu lì, dinanzi a lui. Ed il Re vide negli occhi della donna tutto il dolore, la malattia, gli inganni ed il male compiuto nel suo nome. Vide le profonde oscenità della storia umana perpetrate per fuggire da lei o per avvicinarla. E vide tutte le lacrime delle madri e dei padri, il dolore dei figli, la lacerazione degli sposi e delle spose. Vide tutto l’oceano del dolore umano e lo riconobbe nel suo cuore, in ogni fibra della sua carne. Egli era venuto per mettere fine a quel dolore.

La donna lo guardò ancora. Poi stese un braccio, quasi ad abbracciarlo. Il Re aprì le sue braccia ad accoglierla. Chi li avesse guardati da lontano avrebbe detto che due amanti erano finalmente giunti al loro amore. Ma, da lontano, non avrebbe visto quel luccichio. Il luccichio freddo che brillò dal mantello della donna. Fu un attimo. Violento, preciso, sconvolgente.

Il Re lo sentì. La abbracciò mentre il pugnale lacerava le sue carni andando dritto nel cuore. Poi, prima di cadere, la baciò. La baciò come fa un amante, guardandola fin nelle sue più oscure profondità. Poi emise lo spirito e giacque morto.

La donna lo guardò con disprezzo. E rise. Rise con forza. Ma la sua risata, pian piano si trasformò in un urlo, l’urlo di dolore che non aveva mai vissuto. Quello stesso che aveva ascoltato da secoli dinanzi alla sua presenza. E fu allora che la Morte morì. Che svanì dal mondo.

Certo amico mio, la sua ombra, quella che ha toccato il tuo cuore, si aggira ancora per le strade degli uomini, lacera ancora le vite dei padri e delle madri, dei figli e dei fratelli, degli amici e degli amanti, ma il suo passo è diverso. Il suo vestito è di speranza. A solo ben guardare vedrai che ella non uccide più, ma passa seminando la vita. E se toglie agli affetti è solo per restituire, cento volte di più (solo a guardare oltre le apparenze). Perché vedi, ella adesso non ha più il suo nome. Quello è il nome che usano gli uomini quando non ne riconoscono il cambiamento. Il suo nome nuovo è quello che le ha dato il Re.

Ed oggi anche quel colle è pieno di vita. Fiorisce continuamente il giardino del Re. E la Madre sua ne ha fatto il luogo del trono. E cura quei fiori in attesa che il Re ritorni. Perchè il Re tornerà, avanzando dal futuro. Si, con la nostra carne tornerà nel suo giardino. Ed allora la Madre consegnerà a lui ogni cosa. E la storia di questo mondo sarà solo il futuro. E noi saremo insieme, senza più limiti e rinunce. Lo vedi? Quel giorno è già qui, i raggi di quel sole entrano già nel nostro tempo. A noi solo di vederli, non nella fede, ma nell’Amore che riunifica ogni cosa, ogni frammento di vita in Sé.

בואו אדון ישוע

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Un nuovo percorso tra qualche ora: storia di un fiore

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Come avevo preannunciato ad una cara amica di kalosf, quest’anno il blog avrebbe avuto una parte scritta più ampia ed una gestione dei “percorsi” più chiara. L’esperienza di “Colloqui intimi” ne è stato un esempio evidente.

Ciò che mi appresto a proporvi è qualcosa di differente. Non un percorso lungo 15 giorni, ma una “storia” che si consumerà da domani a poche ore, con una coda “fotografica” che è anche una sperimentazione. In qualche modo una sovrapposizione di un tempo esteriore e di uno interiore, attraverso la vicenda (banalissima) di un fiore.

Vi chiedo già scusa, perchè in un certo momento di questo percorso c’è il rischio che vi troviate sotto gli occhi molte (troppe) foto di Kalosf, ma come vi dicevo il tentativo è quello di sovrapporre la storia interiore con quella esteriore (e dunque il “dato” dell’ora ha una sua importanza).

Mi sottometto come al solito al vostro giudizio e  vi ringrazio già per i vostri commenti (se vorrete lasciarli)…

Processi mortali e fotografia

…A ben guardare è il senso della morte ad avvolgere il mondo. La fuga a ritroso verso la vita è come un flusso di disperazione che si traveste di luce e di colore, suonando marcette allegre verso l’abisso. Eppure la via mortale è chiaramente tracciata e nessuno può ritrarsi dal percorrerla. Prima o dopo. In questo percorso la fotografia, la scrittura della luce, è affermazione di stasi nel processo mortale. Fermare il momento significa renderlo eterno. Perché questa è in fondo l’eternità: attimo presente. La fotografia è espressione decisionale, è momentanea interruzione del corteo mortale, è come uno stop al centro della via verso l’abisso. Quando il fotografo scatta, con qualunque mezzo lo faccia, interrompe il processo temporale e catapulta l’attimo nella stasi atemporale, dunque nell’eternità. La domanda che si pone è se sia esperienza vera di eternità quella che viene posta dalla fotografia o semplice illusione… La scrittura della luce è davvero sfondamento del tempo o solo l’illusione momentanea di sfuggire al corteo della morte per ricadervi poi con il senso di malinconia che la fotografia lascia? Un fiore in sboccio non fiorirà mai. Un monumento non rovinerà mai. Un uomo non invecchierà mai. Ma solo attraverso la scrittura della luce (l’eternità). Nella realtà il fiore chiuderà i suoi petali e sfiorirà, un monumento crollerà e l’uomo invecchiando finirà per spegnersi. Forse che la scrittura della luce sia allora quello che deve essere una scrittura? Ossia un’indicazione? Un segnale? Ed il fotografo un interprete di quel segnale?