La pazienza del Romanico

Il romanico non è presente massicciamente a Barcellona. Lo è nella sua regione. Eppure, lo trovi quanto meno te lo aspetti, non solo nei grandi musei, ma anche in quelli “piccoli” (“piccoli” perchè non troppo conosciuti, non per la ricchezza delle collezioni). E’ chiaro che se si vuole avere un’idea della bellezza del Romanico Catalano si deve necessariamente andare a visitare  il “Museu Nacional d’Art de Catalunya“, nel quale è raccolta la più grande collezione di affreschi romanici del mondo (strappati dalle chiese e risistemati lì nella stessa posizione originaria). Ma anche un “piccolo” museo come il “Frederic Marés” ha davvero molto da dire, soprattutto in merito alla statuaria romanica. Questo museo, sul quale mi soffermerò un attimo, ha anche un altra particolarità. Esso contiene il così detto “Gabinet del col.llecionista“, una stranissima accozzaglia di collezioni. E’ ovvio Frederic Marès, il personaggio poliedrico che l’ha desiderato e voluto, aveva una sua logica, ossia conservare ed esporre la cultura catalana del sec. XIX, ma la sensazione, quando ci si trova in quelle stanze, è dell’ossessione del raccogliere, dell’ossessività del collezionare. Ventagli, carte, acquasantiere, oggettistica varia, biglietti dell’autobus, cartoline sono solo alcune delle possibili “cose” che si possono trovare. Ma, credetemi, ci sono molte più cose di quelle che si potrebbe immaginare.

Il titolo di questo post, però, mi induce a parlarvi di qualcosa di diverso, ossia della “pazienza del Romanico”. Il Gotico (periodo artistico successivo), si sa, è elegante, slanciato, impostato sulla verticalità. Il Romanico invece è possente, orizzontale, le figure sono stravolte quasi, in un’esasperazione dei modelli bizantini. Eppure hanno una bellezza sconvolgente, che richiama sentimenti profondi, espressionisti. Purtroppo le fotografie da me scattate, ovviamente (e giustamente per la conservazione delle opere d’arte) senza flash, non risultano chiarissime, ma rendono molto bene quello che man mano vi sto raccontando.

Ad esempio il gesto di dolore di questa madonna, questa mano che va a cercare l’altra quasi a sostenere il peso del dolore, quasi ad equilibrarsi o il volto meraviglioso e paziente di questo Cristo (che ricorda moltissimo il Volto Santo di Lucca, anch’esso del medesimo periodo), quegli occhi sottolineati, la bocca che è quasi un taglio sul volto, quasi un “emettere lo spirito”, nonostante l’iconografia sia quella del Cristo già vittorioso sulla morte. Ecco questi esempi rendono l’idea della meraviglia del romanico.

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Ed ancora questa “Maestà”, questo inizio apocalittico del Giudizio universale. Questo Cristo che domina, mentre tutta la creazione terrestre e celeste converge verso la mandorla (immagine dell’eternità) sul quale è posto il Trono. E’ il Risorto vittorioso, ma è anche il Cristo Giudice, i cui occhi scrutano tutto intero l’universo, ormai non più nelle sue infinite possibilità, ma nel suo compimento, che poi è egli stesso. Giudice Terribile che ritroviamo anche nel crocifisso senza braccia. Terribile ma misericordioso, la cui corona non esplicita semplicemente maestà, ma anche assoluta vittoria sul cosmo e sul male, acquistata in forza di quell’amore che lo ha condotto alla sofferenza più drammatica.

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E poi i capitelli di quei monasteri romanici, di quei chiostri e chiese, nelle quali le figure si moltiplicano, si contorcono per esprimere eventi, emozioni, nei quali ogni cosa è corretta, perfino la deformazione, perchè ogni cosa ha un senso simbolico che travalica la realtà, che ne esplicita in qualche maniera la vera natura e la sua contorsione cosmica. Certo, per noi oggi queste immagini sono quasi incomprensibili e solo un’attenta conoscenza produce una comprensione. Ma il fascino, la bellezza rimangono.

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Un viaggio a Barcellona

Descrivere una città significa legarsi ad un sentire. Ad un certo modo di essere. Questo ed i post che seguiranno, sono una sorta di diario di viaggio, non ordinato, ma piuttosto impressionistico. Immagini e parole si confonderanno come si sono confuse dentro di me in modo irreversibile. In alcuni casi descriverò più quello che ho sentito, piuttosto che quello che ho visto. Non ci sarà dentro “tutto”, ma solo quello che mi ha veramente colpito e spero anche, con alcuni post, di farvi sorridere. Una notazione tecnica. Nei prossimi articoli, il buon kalosf non apparirà, perchè le foto che troverete, non hanno subito alcuna modifica dovuta ai filtri. Sono così come le ho scattate con una macchinetta da quattro soldi che mi è stata prestata (invece del solito iphone). Ciò significa che per un caso rarissimo, sia gli scritti (come di solito), che le foto saranno di Sandro…(chissà se Kalosf vi mancherà alla fine… Lui di questa cosa è rimasto offesissimo…).

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Detto questo, perciò, andiamo ad iniziare…

Cos’è Barcellona? A primo acchito direi che è un affastellamento, di persone, odori, luoghi, stili. La prima immagine che ne ho avuto è stato di una città moderna, estrema ed altamente turistica. Reinventatasi quasi per i turisti. Perfino posticcia. Pulita, ordinata, con un dispiegamento di forze di polizia a difesa del turista che mi ha ricordato un momentino i miei viaggi in Egitto (ma immagino la pericolosità dei luoghi fosse ben diversa). E soprattutto “piena”. “Piena” di umanità, piena di uomini e donne, molti italiani, ma davvero uno spaccato dell’universo umano. Belli, brutti, giovani, vecchi, tutti un pò barcellonesi, tutti un pò in cerca di uno sguardo, un luogo, un compiacimento. Le file dinanzi ai monumenti “storici” e “modaioli” non lasciavano scampo. Quanti poi veramente intuissero cosa avessero dinanzi agli occhi… Bè, questa è tutta un’altra questione.

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La mia presenza a Barcellona ha coinciso, per altro, con un festival internazionale legato al mondo Lgbt “Circuit”, per cui, se possibile, le presenze in città erano in quei giorni moltiplicate ed in un modo estetico del quale avrò modo di raccontarvi al momento opportuno. Per intanto vorrei sentiste con me l’odore di umanità, il colore, il gusto di umanità di questi tredici giorni, perchè in fondo Barcellona è innanzi tutto un carnaio. Un luogo nel quale la carne assume un senso originale, nei suoi eccessi come nella sua normalità. Non si passa da Barcellona senza averne percepito la carica fisica, il sentore di “umaneria” dalla quale si viene circondati.  Una carica che diventa estrema spiritualità quando ci si incontra con la trasverberazione del mondo fisico… Ma anche di questo avremo modo di parlare a suo tempo. Buon viaggio con Kalosf, perciò. Allacciate le cinture, si parte!

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