Dopo le immagini di un uomo sgozzato, quale immagine?

La fotografia, molto più che le parole, ha la forza della visione. Essa esplicita direttamente la violenza e le possibilità insite nella realtà. In questi giorni i video e le fotografie del giornalista sgozzato (questo è il termine corretto) stanno mostrando al mondo la violenza propria dello sguardo religioso piegato all’ideologia politica e contestualmente la potenza dell’immagine e della sua costruzione. Dopo aver visto quelle immagini mi sono chiesto che senso avesse la mia fotografia. Mi sono chiesto cosa potesse significare fotografare un oggetto, un fiore, un particolare, un volto. Dopo aver visto il video e le fotografie di un uomo sgozzato in diretta mi sono chiesto cosa si può mostrare ancora? Che senso ha mostrare immagini di fiori e cieli quando dal mondo anche vicino a noi continuano ad arrivare icone di violenze che non sono compiute da mostri ma da essere umani come me… Se l’uomo non è più ad immagine, che senso ha l’immagine? Perché sia ben chiaro, nell’islamico che sgozzava il reporter c’era l’ebreo che uccideva il palestinese ed il palestinese che si nasconde nelle scuole perché Israele le possa colpire. Ma c’era anche l’americano che dichiara guerra all’Iraq per il petrolio e sovverte il peggiore dei regimi che era però ancora migliore di quello che vediamo. In quella mano c’era l’islamico come il cristiano. C’era ognuno di noi perché ognuno di noi è in potenza un assassino ed un mostro. Dunque perché fotografare ancora. Perché non tacere?

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Forse perché in un particolare, in un azzurro è seminata una speranza?
Forse perché fin quando ci sarà un’immagine qualcuno ricorderà d’essere ad immagine?

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Il mio cuore è attraversato dall’odio e dalla rabbia per quello che ha visto, per la gratuita della violenza. Il mio cuore è però attraversato parimenti dalla speranza.
Questo il senso del mio non tacere.
Non ancora almeno. Perché io sono ad immagine. Per dono.

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